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Autore: Renzo Paris Titolo: La banda Apollinaire Edizioni: Hacca, Matelica 2011 Pagine: 268
È difficile tornare sui passi dei maestri della letteratura del passato – degli autori cosiddetti ‘canonici’ – senza fare uso di retorica, evitando di cadere nei tranelli di una critica ipertrofica, oppure uscendo dalla spirale dell’amore e dell’odio soltanto viscerali… Tutt’al più, forse, i grandi scrittori possono essere pedinati, immergendo il proprio corpo e la propria scrittura in un fatto fisico non di derivazione, di approssimazione cauta, eppure costante – anzi, pedinarli sembra essere un buon compromesso, ed è quanto ha deciso di fare Renzo Paris con “La banda Apollinaire” (Hacca, 2011). Paris, dunque, si è proposto di seguire Guillaume Apollinaire tra Roma e Parigi, raccontando l’esistenza breve – appena trentotto anni – del poeta che, misconosciuto in vita, sarebbe stato poi consacrato quale uno degli avanguardisti più importanti del Novecento europeo. Senza per questo finire nell’ultimo film di Woody Allen. Le liriche raccolte da Paris e finemente commentate – senza mai cadere nella parafrasi o nella didascalia, bensì mantenendo l’energia della scrittura sulle note ibride di un genere di provenienza non meglio identificata, come del resto si conviene a uno degli esponenti italiani più importanti dell’autofiction – testimoniano proprio questa ambivalenza biografica e scritturale del personaggio-Apollinaire. …Ma la narrazione già scorre via, portandosi con sé anche la tesi principale – affatto peregrina – dell’esistenza di una “banda di Apollinaire” accanto, e forse al posto, della più famosa “banda di Picasso”, con la quale è forse necessario fare i conti ripensando alla Parigi di inizio ventesimo secolo. L’epoca, insomma, è ricostruita con perizia stilistica, e questo è già un dato rilevante per il lettore colto… Eppure non convince tanto questo, quanto l’idea stessa di una “banda di Apollinaire”, un’idea che Paris ripropone al poeta performer senza patria di oggi, dopo aver scritto, peraltro, un bellissimo articolo sul crollo del palco del festival della poesia di Castelporziano del 1979, evento simbolico della lotta per il riconoscimento sociale della poesia italiana contemporanea e simbolo epifanico notato all’epoca da pochi, tra i quali Paris e un giovane Pier Vittorio Tondelli… Uno dei punti di massimo rilievo della “Banda Apollinaire” sta nel fatto che Paris ammicca costantemente al poeta, e dicitore pubblico, senza palco e senza casa di oggi, e gli dice, per esempio: “Oggi non c’è giovane poeta che non abbia fatto il giro del mondo, che non si ritenga cittadino del globo, avendo perduto tutte le radici. È per questo che insieme al mito di Parigi è crollato anche quello dell’autore di Alcools?” L’interrogativo non è da poco, riguarda uno dei possibili destini della cultura italiana contemporanea e, prendendo corpo nella scrittura indecisa e ambiguamente seducente del testo, è destinato a restare impresso nella mente dei lettori. Siano essi poeti oppure no.
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