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Buenos Aires troppo tardi PDF Stampa E-mail
Scritto da Simone Belfiori   
Lunedì 31 Ottobre 2011 00:00

buenos aires paolo maccioniAutore: Paolo Maccioni
Titolo: Buenos Aires troppo tardi
Edizione: Arkadia, Cagliari 2010
Pagine: 232


Che non ci fosse solo l'Argentina del tango e di tutto ciò che di esotico ci ammalia mediaticamente da decenni lo sapevo già, per fortuna. Però c'è anche quella, come mi ha ricordato Paolo Maccioni durante la presentazione del suo “Buenos Aires troppo tardi”. Perché esiste sicuramente una bella Argentina, la cui capitale ne è paradigma, fatta di musica e passione, non solo quella della carne e non solo per modo di dire. La passione nei luoghi e nella storia, nelle sue vie e nelle sue mura. Tutto questo per stemperare l'umore plumbeo in cui ci si immerge quando si racconta di un paese dal passato duro. C'è un qualcosa per cui scopriamo una realtà sempre troppo tardi. Così è l'Argentina, e così sono tante argentine ovunque nel mondo. Un po' per poca curiosità, un po' perché va così e non può essere altrimenti forse. Troppo tardi per conoscere le vicende di storie politiche travagliate, di dolori patiti da popoli e comunità, se non attraverso la cronaca, se e quando c'è beninteso, ed al sensazionalismo che invece non manca mai. Così sapere dei desaparecidos – eccerto che lo sappiamo, diamine – diventa una delle tante cose che “sappiamo”, e ciò ci duole. Come ci duole dell'apartheid, di Pol Pot, del Bloody Sunday e di un sacco di misfatti. Però sai, leggere su un libro di un'Argentina vera – perché vera è – fa un altro effetto, quello che dovremmo provare con la cronaca che fugge e va, dura il tempo di un sms o di uno spot pubblicitario. E la letteratura fa quello che deve fare, ovvero raccontare, e poco importano i decennali dibattiti dei critici sulla sua funzione. Letteratura come finzione, evasione, impegno o quel che volete. Anche i grandi classici ci raccontano di un Argentina che non c'è più, o che magari in qualche caso nemmeno c'è mai stata. Forse anche Paolo Maccioni ha pensato la stessa cosa, e così Eugenio Santucci, il protagonista/alter-ego dell'autore in questo affresco di un paese. E così veniamo travolti in un condensato di storia più che trentennale, di vicende, date e nomi che in quanto “storia”, arriva evidentemente troppo tardi. E conosciamo Rodolfo Walsh, che per voi sarà familiare (non ci giurerei) ma io non lo conoscevo. La figura di un giornalista/scrittore che oggi definiremo di “denuncia” (definizione la cui necessità è già molto triste di per sé) ma non rende nemmeno l'idea. Perché tutto sommato abbiamo perso anche la sola idea di giornalismo. Giornalismo è diffondere quello che qualcuno non vuole che si sappia, il resto è propaganda, scriveva Horacio Verbitsky. Nessuna colpa per tutto questo; il senso di colpa non mi “appartiene” per quanto riguarda la storia, anche se oggi è politicamente corretto provarla. Ma la miccia della curiosità va continuamente ravvivata; in questo, imbattersi in libri come quello in questione è decisamente salutare. Eugenio Santucci ci porta a Buenos Aires con un intento, il suo intento, quello di lavorare ad una guida multimediale che accompagni il turista-lettore appassionato attraverso i luoghi della sua memoria cartacea. Guarda, quello all'angolo è il famoso Cafè citato da Borges, e via discorrendo. Ma il suo soggiorno è un progressivo disvelamento di quel tardi, e di una storia vera. C'è il tempo di una passione tipicamente latina che ci sembra di vivere con lui, il gusto dell'acquavite andina e della notte ammaliante, il suono del jazz e il brusio dei locali. E una sottile linea rossa lungo tutte le pagine, retta da un incontro destabilizzante e quasi onirico che prende per mano (non troppo delicatamente) il Santucci e cambia la sua immagine dell'Argentina. Sì, ci sono cascato nello stratagemma letterario: Santucci ero un po' anche io. Ad ogni modo, leggetelo, che vi fa bene.

 

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