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Autore: Massimiliano Città Titolo: Keep Yourself Alive Edizioni: Lupo, Copertino (LE) 2009 Pagine: 144
Ci sono diversi modi di discendere agli inferi. Enzo, il protagonista di Keep yourself alive (Lupo, 2009), lo fa senza autocommiserazione, adottando un punto di vista quasi neutrale, postumo, che trasforma il piano personale in parabola universale. Enzo non è eroe né anti-eroe, ma solo uno dei tanti predestinati alla maledizione, con l’attenuante che non fa di questa coscienza un vezzo. Affronta un bivio esistenziale fondamentale alla perdita della stella guida, quel nonno Gino che, pur ingobbito da un’esistenza prestata ai campi, non aveva mai perso il gusto di raccontare storie o di dibattere animatamente a tavola. “Guardavamo poco la televisione, nonno Gino la sostituiva bene”. Alla sua morte, Enzo perde bruscamente qualsiasi legame con quella che, per diciott’anni, è stata la sua realtà affettiva. “Era il mio passato”. E parte verso Milano, alla cieca, senza un piano o un dio, senza una lira, alla ricerca di Daniela, la ragazza emancipata che, per una notte, gli ha fatto assaporare la vita vera, quella non confinata nel ritardo culturale di un paesino siciliano. “Nessuna logica guidava i miei gesti, tanto meno i miei passi”. Ovviamente, però, Milano si rivela un dedalo e Daniela un fantasma. Nonostante il supporto di Padre Ennio, Enzo si riduce presto a un barbone. Viene salvato, e assunto come sguattero, da Damiano, il padrone dell’Olgo’s Bar, bettola accogliente ma frequentata da squinternati. Gli viene persino trovato un monolocale. Ma invece di approfittare costruttivamente di questa fortuna, Enzo trascorre il tempo libero bighellonando, senza l’ombra di un progetto, di un’ambizione. “Era la mia anima. Spoglia d’ogni fronzolo di vita. Spenta e smorta più d’un cadavere. Eppure andavo, e stavolta sapevo anche dove”. Da Jessie il pusher, a spendere lì introiti e scampi di volontà. Da qui in poi nessuna risalita, solo buchi e albeggi, una gloriosa parentesi come dj (Dj Dorian, in onore al dannato wildiano) e un’autodistruzione tanto rapida quanto taciuta. “In fondo credo che raccontare non serva un granché”. E in fondo Massimiliano Città ha ragione. Con questo romanzo d’esordio elude abilmente la spettacolarizzazione della decadenza, la riduce a vago ricordo, ad apatico mémoire. Non si può infatti parlare di un libro avvincente, anche perché è lampante che lo stupore non fosse nelle intenzioni dell’autore. Il registro è morigerato, privo di particolari licenze o ruffianerie. E, come già detto, l’orrore è omesso. Keep yourself alive è una sapiente iniezione di malessere, che al posto del dolore provoca sgomento, quando si nota che l’ago è passato dall’altra parte senza lasciare traccia. Senza lasciare traccia, come la maggior parte dei maledetti del mondo.
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