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Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda PDF Stampa E-mail
Scritto da Beatrice Pesente   
Martedì 20 Settembre 2011 00:00

mostarda lorenzo mazzoniAutore: Lorenzo Mazzoni
Titolo: Le acrobazie mentali di Ivan Mostarda
Edizioni: Robin edizioni, Roma 2008
Pagine: 375


“Forse cercavi Ferrara”: questo è quello che mi ha detto Google, quando ho guardato, incuriosita, dove potesse essere “Farfara”, uno dei luoghi in cui è ambientata la vicenda di Ivan Mostarda e degli altri personaggi di questo libro.
Ferrara è la città natale dell'autore, e in effetti in questa storia c'è molto spirito emiliano. Come ci sono anche influenze altrettanto forti di luoghi e Paesi dove sicuramente Lorenzo Mazzoni è stato, ha vissuto, dove ha immagazzinato immagini, profumi e colori, che ha poi riversato in questo volume.
La storia, in breve, è quella di Ivan Mostarda, che va a Parigi con uno strumento musicale da lui inventato (il Pentolofono), alla ricerca di un misterioso suonatore di cucchiai di cui ha sentito parlare e col quale vorrebbe fare un duetto. Lì si innamora della bella Josephine, con cui vorrà passare il resto della propria vita.
Poi ci sono i suoi amici che vivono in Italia: i fratelli “fricchettoni” Mark e Deva Om, lo strampalato Gonzo e il barbuto Luigi, che si troveranno a voler raggiungere Ivan a Parigi perché Gonzo, un giorno, riceve una telefonata da uno sconosciuto che proprio lì vorrebbe incontrarlo.
Poi c'è il gigante Gabur, un mercenario originario di Istanbul, che ha viaggiato in tutto il mondo e combattuto tutte le guerre e che ha lo strano potere di spostarsi da un luogo a un altro semplicemente svenendo e rinvenendo da un'altra parte.
Poi c'è Erik, il suonatore di cucchiai, vestito solo di un saio, che è alla ricerca di un medaglione di tale Svein, re vichingo e “primo comunista della storia”.
Infine, ci sono i personaggi minori, che si muovono prevalentemente in Turchia.
Il raggio d'azione è molto ampio, all'inizio (si trovano tutti sparpagliati per il mondo, con pochi e abbozzati collegamenti tra di loro), ma si restringe man mano e negli ultimi capitoli tutti si ritrovano catapultati nello stesso luogo.
Quelli che funzionano meglio sono proprio i personaggi che fanno da sfondo e che spesso sono talmente ignorati dall'autore da lasciarli sfumare via dalla storia senza farci capire che fine abbiano fatto. Mi riferisco in particolar modo a Sunny, grassa ragazza americana che ha sposato Shiruda, un ricco arabo intenzionato a radere al suolo un intero quartiere di Istanbul per costruirci dei centri commerciali. La donna, ogni volta che compare, non fa altro che ingozzarsi di cibo, e la sua descrizione è talmente reale da risultare disgustosa.
Al contrario, i personaggi portanti sono delle macchiette e perlopiù non convincono. Chi è matto fa le cose da matto, i freak suonano i bonghi, la ragazza francese è eterea e delicata.
Ma non solo, anche le cose che accadono e le descrizioni degli oggetti sono abbastanza ovvie: l'amore fa sospirare, la guerra è brutta, il kebab ha un sapore intenso e così via. Lo stesso linguaggio gergale da “regaz”, che mette in bocca ai protagonisti e che dovrebbe essere una garanzia di autenticità (come l'idea di dare un soprannome a ognuno), risulta un po' finto.
Poi ci sono i luoghi: la Maremma, Parigi, Istanbul, la campagna emiliana. Mazzoni li descrive minuziosamente, elencando con precisione i nomi di vie, piazze, fiumi, quasi come stesse compilando una Lonely Planet, fermandosi a ogni angolo di strada per descriverci cosa si mangia, cosa si vede, chi possiamo incontrare. Questo volume potrebbe tranquillamente essere usato come guida turistica, ma come romanzo, lo ammetto, stanca molto. In diversi punti il suo sembra uno sfoggio di conoscenza dei luoghi e degli usi e costumi dei vari popoli.
Tutta questa impalcatura poi cade, all'improvviso, in un momento fondamentale, cioè quando si capisce chi è la donna di cui è innamorato il gigante Gabur e che lui va a trovare ogni giorno da quando arriva a Parigi: la Monnalisa. Arrivata a quel punto mi sarei aspettata un'invenzione un po' più sofisticata.
Ecco: in generale, un po' troppo, per dire troppo poco. Peccato perché, quando l'autore si placa e descrive una “grande veranda ombreggiata”(pg. 35) o un incantevole banchetto preparato in una sontuosa villa a Istanbul (pg. 242), riaffiora una bella scrittura, una capacità di descrizione molto morbida e piacevole. Ma questi momenti sono davvero pochi.

 

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