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Autore: Marco Montanaro Titolo: Sono un ragazzo fortunato Edizioni: Lupo, Copertino (LE) 2009 Pagine: 157
Ho appena finito di leggere questo libricino giallo e nero dalla copertina ruvida. Ho subito combattuto contro la curiosità di andare in rete a cercare informazioni sull'autore, o stralci di altre cose che ha scritto, per evitare di farmi condizionare e per arrivare alla lettura, diciamo, “candidamente”. Ne sono stata attratta innanzitutto perché è una raccolta di racconti e, come dice sempre una persona a me molto cara, i racconti in Italia non sono merce spendibile al pari dei romanzi e non diventano best seller. Sono i figli piccoli che spesso usano i vestiti smessi dei grandi, e per questo mi fanno simpatia. Poi, l'ho scelto perché i protagonisti sono persone qualunque, che però si trovano, loro malgrado o attraverso un atto di volontà, incastrate all'interno di storie che sembrano sognate dall'autore. Me lo immagino svegliarsi all'improvviso, sudato e con il cuore a mille, che li riscrive, con la mano tremante, sul blocco che tiene sul comodino. A me le idee migliori vengono quando mi sto per addormentare, e quelle di Montanaro sembrano nate proprio in quel momento di confine che c'è tra il sonno e la veglia. I suoi racconti potrebbero ricavare grande forza da questa dimensione in cui la mente esplode di creatività, però spesso sembra che lui voglia uscire dalle righe, consapevolmente e con insistenza. Partendo da una situazione che potrebbe essere reale, che sia un incidente in macchina o l'inizio delle prove di uno spettacolo teatrale, l'autore ci scaglia senza preamboli in un mondo assurdo fatto di casi umani e personaggi da fumetto: un mondo in cui nessuno è chi dice di essere e ognuno può diventare quello che vuole: chi voleva fare il pittore o il musicista ha invece scelto di essere un libro (Viaggio attraverso le pareti estive del tuo stomaco), chi fa il malato è in realtà solo un attore e di conseguenza la stessa persona che lo visita non è credibile perché “un camice bianco non fa un medico” (pag. 39, Troppi caffè, per un'opera del tardo pomeriggio) e così via, arrivando fino al protagonista di Come strangolare un toro, forse il più emblematico dei suoi personaggi. Lui, più di tutti, vede cose che non esistono: medici-cani, una donna-morte che si perde in mezzo alle carte della burocrazia, elefanti e aquile giganti, in un continuo fuggire dalla realtà che ti fa spesso chiedere se quello a cui stiamo assistendo è un sogno causato dai tranquillanti somministrati all'uomo in ospedale, oppure sono le visioni di uno schizofrenico. In certi racconti questo continuo creare personaggi che oltrepassano abbondantemente i confini del surreale fa perdere il filo della storia: questo vale anche per l'intreccio delle Storie d'amore disadorne, in cui, seppure le situazioni descritte siano abbastanza comuni, l'incastro tra i vari personaggi risulta un po' pesante. È un peccato arrivare a sentirsi così spaesati, perché ho sorriso e riso in diversi punti del libro, ma subito dopo mi sono persa nell'inseguire le sue figurine, che lui muove come il più classico dei Master of puppets. Non potrei definire i suoi racconti degli “esercizi di stile” (termine che spesso si usa quando una scrittura diventa retorica senza contenuti), perché il contenuto c'è e, soprattutto, perché Montanaro non cerca l'effetto attraverso l'uso delle parole. Il problema è che sono soprattutto i contenuti che sembrano immaginati per impressionare a tutti i costi. Il giudizio finale è comunque positivo: le pagine scorrono veloci, senza alcuna fatica, facendo scuotere anche un po' la testa, quando l'attualità del nostro Paese fa capolino da dietro la porta. Perché anche i personaggi inventati devono riuscire ad arrivare a fine mese.
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