Sala d'aspetto PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Lunedì 27 Giugno 2011 00:00


sala d'aspetto, matteo marchesiniAutore: Matteo Marchesini
Titolo: Sala d’aspetto
Editore: Valigie Rosse, Livorno, 2010
Pagine: 46


Risolvere positivamente la crisi, senza per questo distogliere lo sguardo dal negativo – è quanto riesce a Matteo Marchesini nella plaquette Sala d'aspetto (Valigie Rosse, Premio Ciampi Poesia 2010, postfazione di Paolo Maccari), nella quale il fatto che l'autore viva “in tempi di proroga" (negando vigenza sia alla “crisi” in quanto tale che alla sua figurazione opposta, comunemente apocalittica) non esclude che questo possa significare anche attesa (come suggerito dal titolo-cliché) e, nell'attesa, transizione e cambiamento.
Se si può parlare di transizione per questa plaquette, infatti, non lo si fa perché si delinea un qualche passaggio epocale, sullo sfondo, e nemmeno perché il mutamento sia riducibile a quell'accesso individuale (spesso idiosincratico) alla maturità cui Paolo Maccari accenna nella postfazione, per poi – intelligentemente – distanziarsi dalle sue stesse parole e dall'imponente motto shakespeariano per il quale ripeness is all
In altre parole: che Matteo Marchesini si sia affermato come un valido osservatore della realtà bolognese e nazionale e che la sua poesia abbia raggiunto un livello di maturità retorica e stilistica, lo si era già visto nelle pubblicazioni precedenti (Marcia nuziale e Bologna in corsivo, per intenderci).
L’aspetto più convincente delle quattordici poesie che compongono Sala d’aspetto pare piuttosto l’apparire in nuce di un ritmo nuovo, nella composizione poetica di Marchesini, che lascia certe ingessature, peraltro cariche di intensità stilistica, di Marcia nuziale (Scheiwiller, 2007), per scegliere due strade apparentemente diverse, in realtà convergenti.
Da una parte, l’autore procede all’organizzazione sintattica della poesia in un discorso in versi (La nottola di Minerva si congeda, per esempio) che rifugge sia l’impressionismo emozionale sia la verve altrettanto spontaneistica di certo sperimentalismo contemporaneo, peraltro sempre criticato o aggirato da Marchesini in veste critica, per riportare senso e, alle volte, direzione in una materia linguistica che è stata già ampiamente decostruita e, parallelamente, ma con le stesse motivazioni, malmenata.
D’altra parte, vi è invece una piena liberazione del flusso poetico, che recupera così la dignità persa della figura dell’enjambement, praticandolo in modo ardito eppure sempre distante dalle forme banalizzanti (e inconsapevoli) di molta lirica contemporanea; valga per tutti il caso estremo: “Ma questo so: che alle mie mani i nomi non / risponderanno.” (Mito) che chiude in modo lapidario, ai limiti del necessario, una lirica segnata da tutt’altra impostazione metrica.
Entrambe le vie percorse rimandano alle chiare posizioni critiche evidenziate da Marchesini nella redazione dell’Annuario di Poesia, curato negli ultimi anni in collaborazione con Paolo Febbraro, e più ancora si creano una serie di nuclei tematici in cui queste strade s’intrecciano e coagulano: Maccari mette in luce la dimensione dell’alterità della donna amata come topos che Marchesini riprende con più costanza e cura di altri poeti di oggi, ma mi sembra giusto soffermarmi un attimo sul rapporto ironico, ma tutto sommato, amorevole con le “riviste engagées” (Ultimamente) e con la parola “militante” (Oroscopo).
Non è solo la reminiscenza di avventure bolognesi come Tabard o di altra critica militante che si può intravvedere qui all’opera: è la non sopita consapevolezza, che venuto meno, nel tempo, questo o quello strumento critico e di confronto, non resta affatto l’opportunismo come unica risorsa per gli intellettuali precari – in tutto e per tutto – di domani (Collaborazionismo è una disamina autentica di una critica possibile verso il Marchesini giornalista, che l’autore elabora, in un apice conoscitivo ignoto a esegeti poetici, critici e intellettuali rimasti “fedeli alla linea”) ma la necessità di articolare di nuovo in parole questa passione.
In questo cammino, è Sala d’aspetto – paradossalmente – che inizia a mettere in passi in fila.

 

 

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