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Autore: Tim Jackson Titolo: Prosperità senza crescita. Economia per il pianeta reale Editore: Edizioni Ambiente, Milano, 2011 Pagine: 300
Con Prosperità senza crescita di Tim Jackson, Edizioni Ambiente aggiunge un altro importante volume alla già corposa biblioteca di testi ecologisti che la giovane casa editrice milanese può offrire, indirizzandosi, così, non soltanto verso chi si interessa al recente sviluppo della green economy, ma anche – come in questo caso – verso chi intende approcciare in modo consapevole e aggiornato temi economici e ideologici di portata più ampia. Jackson, che è economista ecologista, consigliere per la sostenibilità alla UK Sustainable Development Commission e al tempo stesso drammaturgo – come si può notare nello stile lucido e preciso di molte pagine, nonché nella frequente interazione psicologica con il lettore – non nasconde ambizioni che trascendono il puro dato tecnico per farsi riflessione aperta e a tutto campo. Aiutano certamente a costruire una discussione più generale le tre introduzioni al libro – scritte da due economisti ecologisti della prima ora, Herman Daly e Billy McKibben, nonché l’esaustiva discussione di Gianfranco Bologna, presidente di WWF Italia – ma sono anche i nuclei più profondi del testo a confermare questa interpretazione trasversale. La tesi principale dell’opera, infatti, non appare di carattere strettamente economico (anche se quest’impressione, del tutto convenzionale è, in realtà, smascherata dallo stesso Jackson come funzionale al mantenimento al di fuori del calcolo economico di una variabile non di poco conto) e si trova già riassunta, per amor di chiarezza, nel titolo: la sostenibilità dell’economia presente e futura si può basare soltanto su una disgiunzione, sia concettuale che pragmatica, del bisogno della prosperità dall’imperativo della crescita. La crescita non garantisce la prosperità e il benessere individuale e sociale, mentre la prosperità non sempre significa crescita economica. Ciò che Jackson spiega spesso con dovizia di riflessioni economiche e scientifiche è riassumibile in queste poche semplici considerazioni, che però resterebbero lettera morta e vana dichiarazione d’intenti, senza una solida dimostrazione interna, e non esterna, al campo economico. Peraltro, l’enfasi sul piano linguistico-concettuale – piano che Jackson non sovrappone né nasconde, nella propria analisi – rende giustizia a un rovello tipico della critica marxista: il libero mercato capitalista non è esente da costruzioni ideologiche (come un’applicazione radicale della teoria della mano invisibile vorrebbe invece dimostrare); gli orientamenti ideologici riescono a determinare il mercato, spesso in senso illogico, anti-economico e autoritario. Questo dato è stato ampiamente trascurato – eccezion fatta, naturalmente, per i sostenitori, latouchiani e non, della decrescita – durante la crisi finanziaria degli ultimi anni, che Jackson, invece, commenta in lungo e in largo. Diventa così uno dei pregi dell’opera la demistificazione di certa propaganda politica degli ultimi anni, che non ha solo ripetuto il mantra della ripresa e del ritorno alla crescita, evocando continuamente i tassi crescenti di disoccupazione (ma senza con ciò mettervi mano), ma anche rapportando ogni intervento a un indicatore economico non privo di difficoltà e di lacune – come Jackson ampiamente dimostra – quale il PIL. Allo stesso tempo, Jackson spinge verso la progettazione di una nuova “macroeconomia ecologica” basata su criteri di prosperità e benessere, anziché sulla ripetizione, fuorviante e autolesionista, dell’imperativo della crescita. Stabilire i parametri esatti di questo intervento è, tuttavia, un’operazione ardua, che rischia sempre di cadere nella riproposizione di uno “Stato etico”. L’argomentazione portata a supporto da Jackson – le governance nazionali e transnazionali limitano già il benessere dei cittadini, con interventi che non coinvolgono direttamente la definizione di benessere comune (perché ciò sarebbe politicamente scorretto), ma che continuano indirettamente a influenzarla – è molto sottile, ma non pare sufficiente a delineare un’effettiva pars costruens, ovvero a cercare una via d’implementazione effettiva alla diffusione di un discorso che, green economy o meno, a tutt’oggi rimane distintivo di una ristretta minoranza culturale. L’assenza di un chiari progetto egemonico fa così il pari con il rifiuto di Jackson (che qui ritorna, evidentemente, ai ‘doveri’ del suo ruolo istituzionale) di cercare alleanze con i movimenti alter-mondialisti, dei quali l’autore critica giustamente la fragilità politico-economica – assente in un discorso strutturato come quello di Jackson – ma dei quali neutralizza, con evidenti ricadute sul proprio discorso politico, anche la riflessione sulla “rivoluzione” (che però non si limita alle poche considerazioni esposte, per poi essere contraddette, da Jackson). In conclusione, Jackson suggerisce un quadro molto articolato, non esente da difficoltà, che va a completare un discorso, di taglio eminentemente giornalistico, che altre opere pubblicate da Edizioni Ambiente – si pensi alla Corsa alla green economy (2010) firmata da Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrini – hanno già affrontato e si prospetta come strumento utile non solo per un’elaborazione politico-economica nuova, ma anche – attraverso un’interpretazione che sia chiaramente dialettica – per un allargamento trasversale e interdisciplinare di quello che fino a pochi anni fa – paradossalmente, fino a poco tempo prima della crisi finanziaria del 2008 – era il discorso chiuso, minoritario ed elitario dei cosiddetti “gruppi ambientalisti”.
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