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Le mani in faccia PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Lunedì 25 Aprile 2011 00:00


luca martini le mani in facciaAutore: Luca Martini
Titolo: Le mani in faccia
Editore: Voras, Alfonsine (RA), 2010
Pagine: 144


Raccontare una storia bolognese che prescinda dalle tante, troppe, mitologie che Bologna si è cucita addosso nel corso degli ultimi decenni non sembra un’impresa facile. Oltre alla difficoltà di reperire materiali letterari non convenzionali né stereotipati, vi può essere anche un timore concreto, e assai ragionevole, di non riuscire a batter cassa…
Luca Martini, che è narratore autoctono e può dire di conoscere la realtà cittadina da quarant’anni tondi, non si fa prendere dallo sconforto e anzi affida al proprio personaggio, Claudio Pedretti, tutta una serie di storie bolognesi devianti e minori – restando ancorato, probabilmente, alla convinzione che ogni aneddoto, soprattutto se rimane nascosto a lungo nelle pieghe del mito o della leggenda popolare, ha il proprio coefficiente di bontà e onestà.
Nell’affrontare quest’avventura, affatto banale o scontata, l’unica sicurezza sulla quale Martini sente di poter contare, oltre alla solidità delle proprie qualità narrative (già gratificate nel 2008 con il prestigioso premio Loria), è la possibilità di poter prendere a prestito, e far fruttare, un’icona di Bologna già debitamente consacrata (da parte di un artista che non per caso non rientra facilmente né nell’iconografia sessantottina e rivoltosa né in quella più borghese e compiaciuta di sé: Luca Carboni), ovvero gli autobus notturni.
A un certo punto della sua vita, Claudio Pedretti finisce proprio a guidare il notturno, che, nel frattempo, ha perso tutto il fascino romantico e decadente che Pedretti stesso gli concedeva, da giovane, per farsi luogo di lavoro squallido, ripetitivo, noioso.  Questa fatica si aggiunge a quelle già sperimentate da Pedretti lungo tutta una vita, che, più che spericolata, pare esagitata, scomposta tra eccessi di vitalismo e eccessi di banalità… Asimmetrie che neanche la narrazione è in grado di dosare con equilibrio.
Molte frasi, infatti, e spesso interi paragrafi restano sospesi tra la crudeltà della prosa e un lirismo non debordante, ma non per questo meno evidente: pare che Martini cerchi di recuperare una tonalità forte, che risalterebbe in qualsiasi scuola di scrittura, non accontentandosi mai, per contro, di una voce media che forse converrebbe di più, in termini di coerenza, al protagonista e alle sue vicende. Prova di sciattezza formale, questa, che certo è influenzata, e legittimata, dal nume tutelare che ci si è scelti (Carboni, invece del canonico felsineo, Guccini) e dall’atmosfera urbana che è stata così ricostruita, ma che, tra personaggi appena abbozzati e focalizzazioni oscillanti e instabili, non può convincere in pieno. Del resto, Guccini ha scritto alcuni noir padani – ha mostrato, aldilà di tutte le critiche possibili, la ‘stoffa’ della narrazione letteraria – Carboni no.
E questo dato di fatto rimane, in conclusione, a segnare anche la vita e la storia di un Claudio Pedretti, il quale può dire di sé, con tutta la forza che ne consegue, “Mi chiamo Claudio Pedretti…” e raccontare le proprie – importanti, ripetiamo – vicende a partire da un gesto di individuazione e di identificazione tanto potente, ma deve anche, deve ancora, riconoscere anche la debolezza (strutturale, formale e stilistica) del mondo che si porta appresso – per poterla poi mettere coerentemente a frutto.

 

 

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