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Aspetta primavera, Lucky PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Martedì 15 Febbraio 2011 00:00


flavio santi, aspetta primavera, luckyAutore: Flavio Santi
Titolo: Aspetta primavera, Lucky
Editore: Edizioni Socrates, Roma, 2011
Pagine: 143


Espunta da un’epistemologia relativista e, più in generale, da una visione del mondo a tutto tondo, la frase “la letteratura non dà risposte, deve limitarsi a fare delle domande” rischia di banalizzarsi, di ridursi a mero luogo comune, di non essere più la spia di un’autentica disposizione alla ricerca, ma, anzi, di essere soltanto il segnale di una beatitudine compiaciuta e soddisfatta di sé (che si accompagna, spesso e volentieri, a una condizione di pallida e mortificante inazione).
“Aspetta primavera, Lucky” (Edizioni Socrates, collana Luminol, 2011) di Flavio Santi, invece, è un esempio, uno degli esempi più recenti, di come la scrittura letteraria si eserciti nella costruzione di storie (o di altri artefatti linguistici, non per forza narrativi) per offrire alle ipotesi che ci si pone una o più possibili soluzioni, che non sono necessariamente le più calzanti o le più giuste, ma che servono a legittimare l’impresa letteraria, nonché la sua presa sulla vita.
L’inazione, certamente, è sempre dietro l’angolo, come testimonia lo struzzo con la testa sprofondata nella terra che è ritratto sulla copertina del libro, e comunque la storia di Fulvio Sant scorre (a volte rapidamente, a volte impaniandosi in qualche palude della lingua o della costruzione romanzesca) alla ricerca disperata, quasi vitalistica, di soluzioni.
Riesce, infine, a trovarne una manciata – anche se queste, in seguito, capirà che si tratta soltanto di farmaci provvisori. (Veleni, nella maggior parte dei casi, e inalati nel modo più banale: con l’aerosol…)
Santi individua la questione da cui partire nella figura dell’intellettuale degli anni Zero, figura fantasmatica, dopo l’eclisse quasi completa delle generazioni passate, ma che, in ogni caso, quando viene considerata per la sua realtà economica (che persiste, seppur nell’evanescenza sociale del lavoro intellettuale), è anche completamente proletarizzata.
Fulvio Sant, che porta un cognome che lo inchioda alla condizione permanente (anche se sommamente ambigua) di alter ego dell’autore, incarna in tutto e per tutto questa condizione. Traduce, gira per case editrici, insegna all’università per un semestre all’anno. E non paga il biglietto del treno, perché non se lo può permettere.
Fulvio Sant sogna Pasolini, consacrato a padre impossibile della classe intellettuale italiana da quarant’anni a questa parte, consegnandolo, almeno a livello onirico, a un destino diverso. Vorrebbe imitare Bianciardi, ma gli rimane solo la condivisione di una vita agra, agrissima. Non ha nessun riferimento nel presente – può solo contemplare la desolazione delle case editrici per la quale lavora e del loro lavoro culturale, quasi sempre pari a zero.
Nessun punto di riferimento umano e culturale, dunque, nell’attualità, a parte il poeta Simone Cattaneo.
Ricordato senza il pudore di uno pseudonimo, di una velatura.
Così si capisce benissimo che nonostante la scomparsa degli intellettuali – come ceto e come visibilità sociale – la morte di un giovane poeta, dotato di talento, ma negletto dalla società letteraria e non, continui a interrogare e a tormentare, come e più di quarant’anni fa.
È con dolore e senza compiacimento che la storia – pardon, la Storia – ancora una volta si rivela.

 

 

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