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Titolo: Diario di classe Autore: Emanuele Marfisi Editore: Discanti editore, Bagnacavallo (RA) Pagine: 208
Un giovane maestro deve scegliere la sede di una supplenza annuale, e opta per la scuola elementare di provincia che aveva frequentato da bambino. Comincia una teoria di quadretti che si alternano tra passato e presente, dove al sottofondo di “certe cose non cambieranno mai” si sovrappongono, da due differenti punti di vista, una leggera bonaria malinconia per il passato disimpegnato e una maggiore verve di denuncia per la condizione sociale attuale.
Il racconto si snoda leggero e fluido, usando varie modalità e tecniche del registro comico, dal surreale all’iperbolico ai tormentoni. Ma non retrocede dal trattare anche temi seri, come il razzismo verso i migranti, nel passaggio forse migliore del libro. Che per il resto, purtroppo, semina perplessità e lievi insoddisfazioni.
A cominciare dalla citata struttura episodica. Questa, oltre a mostrare la propria frammentarietà nonostante una generale coesione, troppo spesso vede la coerenza interna, in termini di eventi e di vicende, sacrificata alla riuscita di una battuta o di una situazione supposte divertenti (ma non sempre indovinate), o a volte proprio disattesa. Così, abbiamo bambini che prima e dopo essere stati descritti come figli di famiglia modesta e impossibilitati a spendere per svagarsi, scialacquano i loro soldi indiscriminatamente per grandi mangiate e videogiochi; bambini di cui non si capisce la provenienza, prima italiana e poi africana; accadimenti che si contraddicono dopo una pagina e mezza; scenette estemporanee e slegate da tutto il resto.
Dispiace notare anche un’attenzione assai scarsa in fase di revisione. Il narratore-maestro che s’impunta su peccati veniali del parlato di alcuni personaggi non può prodursi in un “avrebbe potuto sembrare”. Allo stesso modo, si devono annoverare ripetizioni di stesse frasi descrittive (di situazioni e di condizioni) a distanza di pochissime pagine; abuso di determinate locuzioni o sostantivi (“sconvolto”, “serafico”); banalità e frasi fatte assortite, in una scrittura a volte sciatta e frettolosa; un autentico svarione concettuale, laddove il protagonista desidera un pezzo di kryptonite come fosse un super-potere (il narratore parla di cose che non sa oppure non riesce a spiegarsi?). Ma se da un parte è indubbio che spezzare un dittongo (andando a capo "vide-ogiochi") è una distrazione redazionale, d’altro canto è da imputare al narratore la produzione di un certo attrito (fastidioso) tra le istanze del protagonista adulto a livello ideale ed etico. Mentre può risultare comprensibile il terrore che prova da bambino per la minaccia di finire in fabbrica, molto meno giustificato è l’atteggiamento banalizzante del maestro (un maestro che si spende giustamente per la situazione dei migranti) verso l’essere operai, dipingendo la loro situazione come quella da evitare a tutti i costi, termine negativo di riferimento guardato con una certa sufficienza dall’alto in basso.
Il libro, in sostanza, fa sorridere e bendispone a una prima lettura, veloce o superficiale, ma rivela più di una criticità latente a uno sguardo più accorto. |