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Autore: Leonardo Sinisgalli Titolo: Pagine milanesi Editore: Hacca, Matelica, 2010 Pagine: 118
Organizzare una miscellanea postuma di un romanziere o di un poeta pare cosa diversa dal riunire i demo inediti di un famoso cantautore – magari inglese, magari morto suicida negli anni Settanta… C’è meno speculazione economica, che è grattare il fondo, e più speculazione critica e filosofica, che è grattare la patina in superficie, per vedere se quello che c’è sotto corrisponde all’immagine in circolazione. Se la completa. Se ne aumenta la bellezza. Riesce in quest’ultimo intento – la creazione di un surplus di bellezza – la raccolta delle “Pagine milanesi” del poeta Leonardo Sinisgalli (1908-1981), curata e introdotta da uno dei critici più attenti all’opera dello scrittore lucano, Giuseppe Lupo, per l’eccellente casa editrice Hacca, di Matelica. Il florilegio si concentra sulla produzione di articoli di Sinisgalli per la rivista “L’Italia Letteraria”, nel periodo che va dal novembre 1933 al dicembre 1936, coincidente con l’arrivo del “poeta ingegnere” in una Milano che coniuga Campari e Le Corbusier, fascismo e avanguardie artistiche. Vi si trovano confermate, ed espanse, le nozioni di un Sinisgalli estremamente attento allo sviluppo di tutte le arti, non solo della poesia – le frequentazioni con Lucio Fontana e Edoardo Persico si alternano agli incontri con i grandi personaggi della letteratura come Cesare Zavattini (memorabile la cronaca del “Lunedì dell’Angelo” del 1934 a Luzzara) e Alfonso Gatto (cui Sinisgalli dedica un altrettanto portentoso ritratto) – e nondimeno di un appassionato di scienza e tecnica, di un fine intenditore di urbanistica e di architettura – ne “La città nuova” del 6 ottobre 1934, si legge questa chiarissima affermazione: “Una fabbrica oggi andrebbe discussa come un libro appena stampato o per lo meno come una prima teatrale”. Immancabili i riferimenti, per un uomo del sud come Sinisgalli, anche alla nebbia e al freddo di Milano, e poi all’afa e all’umidità estive. È un afa tremenda, soprattutto per gli artisti: “Gli artisti con l’afa lavorano di malavoglia, passeggiano per via Montenapoleone adocchiando nelle vetrine pantaloni di lino, scarpette di gomma, maglie rigate, per il mare o la montagna. Noi ce ne staremo in città, tappati nelle nostre case della periferia, in mutandine. A mezzogiorno l’asfalto ci brucerà il volto, le mani.” In questa citazione ci sono i prodromi di una condizione di emigrante interno, sempre sofferta e sempre rielaborata con difficoltà, che ha garantito a Sinisgalli un posto di diritto nella generazione inquieta, insieme ai Pavese e ai Piovene: “Io so di essere stato tradito per tutta la vita uscendo fuori dalle mie dolci mura, io che non ero innamorato di carte e di stampe, ch'ero nato senza appetiti, senza fiamme nella testa volevo semplicemente perire dentro la mia aria.” (dall’opera di narrativa “Fiori pari fiori dispari”, del 1945). Ma Sinisgalli non si arrende a una “città tanto piena di malagrazia” – tanto piena da esserne abbellita, il poeta se ne rende pienamente conto – e scrive periodi di grande intensità, come quello riportato in quarta di copertina: “Sul cielo di Milano ci sono più parole che stelle. Vogliamo leggerle una per una?” Un invito al quale si suggerisce qui di non porre alcuna resistenza, per poter ricevere un premio di sentimento, di critica e di bellezza.
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