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Teatro civile. Nei luoghi della narrazione e dell’inchiesta PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Lunedì 13 Dicembre 2010 00:00


daniele biacchessi, teatro civileAutore: Daniele Biacchessi
Titolo: Teatro civile. Nei luoghi della narrazione e dell’inchiesta
Editore: Edizioni Ambiente, Milano 2010.
Pagine: 254


Quando un fenomeno artistico, di qualsiasi natura, cresce in modo esponenziale, sviluppandosi all’improvviso, acquisendo forza mediatica e, cosa non da poco, articolandosi in una serie di esiti a volte molto diversi e contrastanti tra loro, l’impresa di darne conto sembra difficile. Difficoltà che aumenta molto, poi, quando ci si riconosce parte integrante dello stesso movimento.
Tuttavia, a Daniele Biacchessi – giornalista, scrittore, vicecaporedattore di Radio24 e autore teatrale – succede l’esatto contrario. La piena effervescenza, da quindici anni a questa parte, della scena del “teatro civile”, che Biacchessi racconta in “Teatro civile. Nei luoghi della narrazione e dell’inchiesta” (Collana VerdeNero, Edizioni Ambiente, 2010), giova assai al curatore, restituendogli proprio quello cui uno spettatore-attore, stando ai principi della fisica relativistica, non può aspirare: uno sguardo imparziale.
Biacchessi ottiene questo risultato astenendosi dall’applicazione di una critica teatrale approfondita e minuziosa agli autori e agli spettacoli presi in esame e preferendo, invece, ri-raccontarne le storie, attraverso i documenti usati negli spettacoli che si citano e raccontando solo per brevi accenni l’approccio del singolo autore teatrale allo spettacolo, attraverso le sue note d’autore.
Niente più. Eppure, è proprio da questo panorama, colto a volo d’aquila, che può emergere un quadro d’insieme chiaro e senza dubbio molto rilevante, destinato a trovare conferma anche nelle parole, un po’ più sistematiche, dell’introduzione (affidata, questa sì, a un esperto come il giornalista e critico teatrale Oliviero Ponte di Pino).
Chiare sono infatti le tematiche del teatro civile: la lotta alle mafie, la denuncia del degrado ecologico-ambientale, la critica allo sfruttamento del lavoro, le storie di guerra, provenienti dai conflitti nazionali e internazionali, del passato e del presente, o anche l’omaggio ad alcune figure di giornalisti coraggiosi (alle cui opere il teatrante civile guarda sempre molto da vicino, perché, per certi versi, le due categorie operano nello stesso campo).
Chiaro è il panorama teatrale (oltre a Biacchessi si ricordano Ascanio Celestini, Marco Paolini, Marco Baliani, Ulderico Pesce, Giulio Cavalli, Renato Sarti e molti altri), al quale si aggiungono, per completezza di vedute, alcuni esponenti del nuovo cantautorato, dai Modena City Ramblers a Marco Rovelli e Alessio Lega.
Ancora lontano pare invece il collegamento con il rinascente movimento della poesia civile, ricordata da qualche presenza (Raja Marazzini, per alcuni lavori bolognesi, o il Festival di Poesia Civile di Vercelli), ma ancora, effettivamente, poco credibile nell’atto di coniugare la propria voce e la propria forza espressiva a quella dell’attore e del suo pubblico, molto più attento e caloroso.
Insomma, il teatro civile e la sua storia, recuperata, in pieno svolgersi, da Biacchessi, rappresentano un patrimonio culturale importante per l’Italia, un repertorio cui non mancano valenze etiche.
Le parole dell’attore, infatti, nel teatro civile, e non solo, sono azioni. Azioni per il presente e per il futuro, basate su un’azione, fondamentale, volta al passato: la volontà di ricostruire una memoria civile italiana – il vero sostrato culturale mancante al Paese, passata la moda dei revisionismi.
Perché, ancora una volta, si parla di memoria? Risponde, in luogo di Biacchessi, che lo cita, Ascanio Celestini, tramite le sue note allo spettacolo “Radio Clandestina” (2000):
“Tutto avviene in un periodo dove la memoria sta diventando istituzionale con prodotti commerciali come “La giornata della memoria”, “Il giorno del ricordo”. La memoria diventa quella del ministro che mette la corona di fiori, dei soldati che sfilano in una parata, delle medaglie appese alle bandiere. In realtà la memoria è un’altra cosa. Un esempio. Io ricordo dove ho messo la chiave di casa perché in questo momento devo rientrare nella mia abitazione. Non ho nessun bisogno di ricordare dove ho messo la chiave nella casa in cui non abito più.”
Memoria sì, dunque, perché è traccia di una comunità, e comunità, anche, che nel teatrante (che si presenta come uomo della strada, e a tale condizione, seppure più consapevole, vuole ritornare) e nel suo pubblico (cui si chiede, in fondo, lo stesso percorso) trova i germi di una sua nuova, più vitale, rappresentazione.

 

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