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Autore: Sacha Naspini Titolo: I cariolanti Editore: Elliot, Roma 2009 Pagine: 158
Si parte sempre da un ceffone, un capriccio frignato, le guance rosse, i mandarini sul fuoco, la cena ancora tutta nel piatto, il diniego delittuoso ed il buio del castigo, ma è là che s'andrà a parare: la notte spalancherà inevitabilmente le porte al gotha degli spauracchi. C'è l'òmonero, il bubu, candyman che dillo sette volte davanti allo specchio e vedi che ti succede. E giù fino alle personalissime declinazioni. La mia era il lénghero. Il lénghero è un essere a forma di nocciolina, ha le gambette di pannolenci e viene a sbranarti se fai il cattivo. Se hai il miocardio possente fai un tentativo: prova a non mangiare tutto e aspettalo a braccia conserte, il lénghero. Bastiano, il lénghero di Bastiano si chiamava Cariolante. Se non mangio tutto poi arrivano i Cariolanti. Quando li sogno sono in due, un uomo e una donna vestiti male, camminano strascicando i piedi nudi, sporchi di sangue e terra. E dita bitorzolute, e braccia lunghe, anzi lunghissime, lunghissime e secche. Se a cena qualche bimbo viziato non mangia tutto, di notte arrivano loro, ti prendono e ti portano via per mangiarti vivo nella loro tana. Bastiano è la voce narrante del romanzo di Sacha Naspini edito da Elliot, e Sacha Naspini una lingua che guai a non perdercisi nei meandri. Che se non lo fai, poi, arrivano i Cariolanti: e ti sbranano vivo.
Tutto ha inizio con un buco, un capriccio frignato, una cattività ed un gioco col quale librarsi sul tedio della cattività. I bambini bisogna farli giocare, durante la guerra, fuori ci sono gli scontri in trincea ed una Maremma a ferreffuoco, dentro Bastiano che gioca come tutti a quell'età, anche se non può correre a nascondersi mentre il compagno conta con la testa stretta tra il gomito ed il muro: io forse me lo sono dimenticato, come si fa a correre. Faccio quattro passi avanti ed è finita lì, ne faccio quattro indietro e mi fermo un'altra volta.
Sono tredici istantanee che a scorrerle su e giù te la levi mica dalla testa una serie di convinzioni. Tanto per cominciare, che se ti scontri con un formazione deformata, certe brutalità finisci per portartele dentro ab aeternum. Una volta impresso a fuoco, il marchio della Bestia, sei segnato, anche se non vuoi, anche se hai quella naiveté, che agl'occhi degl'altri ti fa apparire mica un mostro, piuttosto: un disgraziato, un ritardato. Un selvaggio, che parla come e con le bestie, che quando si mette carponi e digrigna i denti, le bestie lo rispettano. Lo temono, nientemeno. Gl'animali (che tipo mi sento mezzo animale anch'io, dice ad un certo punto il personaggio principale) non ragionano, non scelgono, le decisioni per loro le prende lo stomaco: la fame. Che è come averci un burrone spalancato nella pancia, avere fame, e non solo in senso lato: quando ci si innamora, quando si odia, quando la strada intrapresa si rivela per quello che è, un errore madornale, è veramente fame, quella che si avverte: e la prima ròba che ti viene da fare, quando hai fame, è saziarti, riempirti la vita con gli abbracci, le stanze con gli insulti, riparare, se è possibile, agli errori, satollarsi di vendette e riscatti.
E poi ci sarebbe da parlare di gambe, che sono un topos ricorrente, ne I Cariolanti. C'è la coscia della madre di Bastiano, profana comunione, smangiucchiando la quale è un po' obliterare il biglietto del viaggio verso l'inferno; feticcio d'un destino barbino, simulacro dell'onta ed in quanto tale da obnubilare, come gli ossicini di un coniglio molto poco coniglio, e al contempo ascia di guerra da dissotterrare pel solo gusto d'una profanazione. La gamba sbilenca di Sara, la figlia del padrone della tenuta in cui Bastiano lavora come stalliere, Sara con la quale Dio è stato cattivo invero, darmi tutte queste ricchezze e una gamba più corta dell'altra. Sara che deve vederselo spalancare pure lei, il burrone in mezzo alla pancia quando decide di provare a svincolarsi dalla cattività nella quale la malformazione la rilega, una cattività anche psicologica: in mia presenza non si possono dire parole come "correre", non si può dire "gamba in spalla", dire "le ali ai piedi" quando si parla con me sembra quasi un reato, Sara che sceglie di fare il passo più lungo della gamba, di cadere nel tranello ordito dal gioco beffardo delle piccole scoperte, del provarsi coi propri limiti, con la fame di trasgressione delle regole costituite e d'imberbe amour fou.
Corrono, i personaggi de I Cariolanti, quelli che possono s'intende, corre il tedesco per fuggire dai partigiani ed il partigiano recluso per fuggire dai campi di concentramento tedeschi, tutt'un rivoltarsi contro di vittime e carnefici.
Per correre c'è da essere in gamba, che Naspini lo sia è fuori d'ogni dubbio e non c'importa troppo quanto quella costellazione di rimandi sia voluta o meno. Ci basta sapere che I Cariolanti si legge (ed è stato scritto, sembrerebbe) tutto d'un fiato, e niente, se sei in gamba pure tu, non vedo cosa stia a fare ancora qua. Vai e pigliane una copia, sennò vengono il bubu, candyman, l'òmonero e i cariolanti, tutt'insieme, e sai cosa?: ti sbranano vivo. Parola.
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