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Autrice: Ilaria Mazzeo Titolo: Il silenzio perfetto Edizioni: Intermezzi, Ponte a Egola - San Miniato (PI) 2009 Pagine: 112
I motivi che mi hanno spinta a leggere questo libro sono due, tra i più istintivi che esistano. Primo: il sesso dell'autore. Ho pensato: "è una femmina, scrive. Anch'io sono una femmina, scrivo. Spesso le scrittrici tendono a farsi fuori l'una con l'altra, ad affossarsi a vicenda per cercare di emergere in un ambiente - anche questo, diobono - super maschilista. E allora leggo lei, la recensisco e compio cosa buona e giusta." Secondo: l'argomento. "Il silenzio perfetto" parla di depressione. Fantastico: l'ho vissuta, la vivo, ne ho scritto, ne scrivo. Leggiamolo, è il libro che fa per me. Non so cosa mi aspettassi di trovarci, in questo libro. Una scrittura forte, originale, finalmente in grado di uscire dallo stereotipo limitante del linguaggio "tenue" e grazioso cucito addosso alle donne che scrivono. Profondità, poesia. Immagini vivide che con coraggio dipingessero la triste realtà del lutto, della disperazione, della solitudine che portano a questa malattia. Invece no. Ci ho trovato: un linguaggio edulcorato come birra analcolica (sgasata); una lunga sequela di luoghi comuni camuffati da elogio della semplicità (non è semplicità: è noia), un distacco - che non si capisce se casuale o volontario - dal dolore, e mai il coraggio di scavare dentro i sentimenti in modo puro e senza orpelli. Persino uno dei rapporti più interessanti della storia, quello della protagonista Ginevra con la madre, è ridotto a un cliché parodistico, e l'unico brano veramente interessante è, ahimè, confinato a un episodio onirico. Come se la realtà non meritasse la fantasia, un guizzo di passione sincera, una fotografia del dolore per quello che è. I motivi che mi hanno spinta a scrivere una recensione tanto negativa sono due. Primo: la rabbia che provo nei confronti delle giovani scrittrici che, pur di evitare "l'effetto Santacroce", si spendono in opere senz'anima né corpo. Secondo: la rabbia che provo nei confronti degli editori, che pur di non rompere il cliché della donna come essere mansueto si ostinano a pubblicare libri come questo, che confermino l'immagine piatta di un mondo femminile sbiadito e privo di forza, ancora sottomesso e totalmente avulso dalla realtà.
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