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A braccia aperte PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Lunedì 27 Settembre 2010 00:00

 

pallavicini, a braccia aperteAutore: Piersandro Pallavicini
Titolo: A braccia aperte
Editore: Edizioni Ambiente, Milano 2010
Pagine: 208


Se si volesse recensire questo libro in (meno di) 160 caratteri, si potrebbe prendere in prestito la fortunata espressione con la quale Cristina Artoni ha intitolato una sua recente inchiesta sociologica: “L’amore ai tempi della Bossi-Fini” (pubblicata per Bruno Mondadori nel 2005).
In effetti, il romanzo di Piersandro Pallavicini, intitolato ironicamente “A braccia aperte” (Edizioni Ambiente, 2010), è basato sull’intreccio di affetti e rancori che si sviluppa attorno alla figura di Samuel, un medico chirurgo di origini camerunesi che esercita in un ospedale brianzolo, ricavandone un discreto successo economico e sfruttando in modo vorace e predatorio il proprio ascendente sulle donne.
Quando inizia la narrazione, Samuel è divorziato da alcuni anni, non è contento della propria condizione e per di più si trova alle prese con il riemergere di antiche storie, legate al paese natale. Storie che devono costantemente misurarsi con le restrizioni e le assurdità imposte per legge ai migranti che hanno inteso stabilirsi su suolo italiano. Si tratta di vincoli che, come nota l’autore in una convincente postilla, non sono dovuti ad alcuna necessità, vera o presunta, di contrasto o di regolazione dell’immigrazione – quando la legge in oggetto, conosciuta con il nome di “Bossi-Fini”, ha in realtà consentito, nei suoi primi anni di applicazione, generose sanatorie per i migranti e facili scappatoie per gli imprenditori italiani, allo scopo di continuare ad attrarre manodopera a basso costo in Italia – bensì si devono a una particolare avversione xenofoba verso il migrante, prima spersonalizzato nella categoria dell’ “extra-comunitario” e oggi in quella del “clandestino”. Se la legge non ha un profilo immediatamente riconoscibile come razzista, il corollario che ne deriva è, però, un florilegio di piccole e grandi vessazioni, dalle paranoie telematiche del “click-day” a quelle, fisiche, del ritorno in patria, per la concessione di un visto di partenza ufficiale ad un lavoratore peraltro già regolarmente assunto, in Italia.
Tutte queste situazioni rientrano nel tessuto narrativo ordito da Pallavicini, scrittore con una passione per l’Africa (già dimostrata nella precedente prova, pubblicata per Feltrinelli, “African Inferno”, e nelle sue varie collaborazioni con le edizioni intercultuali dell’Arco) che non si declina in un facile e deleterio esotismo progressista, bensì lo spinge a una continua decostruzione degli stereotipi, negativi e positivi, che condizionano la vita dei migranti africani in Italia e sono alla base di interventi giuridici più demagogici che altro.
Con questo, la precisione sociologica dell’autore non arriva a uccidere il piacere della narrazione: i personaggi si sviluppano coerentemente e acquisiscono profondità fascino con lo scorrere delle pagine, dando vita a una trama coinvolgente, perfettamente inserita nell’attualità e attenta ai suoi paradossi.
Da quanto si apprende sempre nella nota finale, il romanzo non è un instant-book sulla migrazione, e neanche un esempio di buonismo letterario (nel caso questa categoria sia realmente applicabile all’universo delle migrazioni in Italia e al loro trattamento politico e culturale), perché, sebbene ultimato nel 2010, non si “strozza” nell’aspirazione di rendere conto dell’ulteriore giro di vite, avvenuto con l’introduzione del reato di clandestinità.
Denunciando così, implicitamente, e con l’ausilio sempre disponibile ed efficace della narrazione, come questo tentativo di criminalizzare la condizione umana non possa dar luogo che a romanzi molto più cupi e disorientanti, senza il tocco di grazia che ancora Samuel riesce, nelle ultime righe, a trovare.

 

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