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Autore: Stefano Sgambati Titolo: Il paese bello Edizioni: Intermezzi, Ponte a Egola (PI) 2010 Pagine: 160
Sette racconti intensi, e soprattutto molto ben congegnati e scritti. In Commedia fragile il Narratore è un dio difettoso, un osservatore distaccato e venato di amarezza e disillusione; Il non più giovane Holden procede per elementi che si riprendono, accumuli successivi e a volte concentrici, fra descrizione e flusso interiore, con scivolamenti quasi cantilenanti e musicali dei punti di vista, che rilasciano effetti di straniamento. Lo straniamento, concettuale, torna in Non abbiamo fatto altro che stringerci la mano più forte, mentre in I motivi per cui eravamo venuti fin lì a un inizio materico e di disagio opprimente succede la deriva verso una sospensione quasi surreale, dove tuttavia la materialità prende corpo nello svelarsi delle fattezze corporali del Narratore.
Occorre però notare che per quanto la qualità di scrittura caratterizzi pure Eternity e Il paese bello, nel primo il soggetto riesce trito e banale, mentre il racconto eponimo pare segnato da una certa gratuità, che, sebbene probabilmente sia frutto di una scelta, si combina male, a livello di resa letteraria, con l’argomento.
Tali difetti, variamente combinati, purtroppo tornano in quasi tutti gli intermezzi fra racconto e racconto. In questi, la raccolta presenta un elemento strutturante potenzialmente molto interessante, nei panni di un Narratore che dice io nutrendo l’impressione di una sovrapposizione con l’Autore (autonominandosi “Stefano Sgambati” nel primo intervento). Come una voce fuori campo che defilata e in ombra raccordi, forse che guidi il Lettore, crei con lui una maggiore intimità, o semplicemente che spezzi e pausi. Questa voce unica, una sorta di sovranarratore comune, lascia peraltro indizi della sua esistenza nelle tag che compaiono tra parentesi quadre sotto il titolo di ogni racconto: parole chiave per il contenuto di quanto si troverà scritto.
Peccato che queste riflessioni, come si accennava, al netto di una scrittura che comunque si mantiene notevole, appaiano per lo più banali e già sentite (quelle sul riflesso allo specchio, sul cubo di Rubik, sull’intelligenza), venate di tanto in tanto da un tono di certa saccenteria indisponente (sull’intelligenza, ma non solo) e chiuse da boutade posticce (su Wallace, su Pasolini).
Se si è trattato di una sorta di esperimento, è riuscito solo per metà; ma la sapienza di scrittura è certa, e si attende che Sgambati torni a darne prova.
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