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Patagonìa PDF Stampa E-mail
Scritto da Gian Paolo Faella   
Lunedì 17 Maggio 2010 00:00


patagonia, dario falconiAutore: Dario Falconi
Titolo: Patagonìa
Edizioni: Prospettiva - Brain Gnu, Civitavecchia 2009
Pagine: 73


Patagonìa è la storia tragica di Rosa e Rosario, di un amore il cui destino tragico si nutre di una profonda, dilacerante incomunicabilità. Patagonìa è certo un luogo sognato troppo a lungo dai due, con i suoi faggi australi e le sue valli andine, e al contempo è la parola magica cui essi attribuiscono il ruolo di placare i loro spiriti orrendamente consumati, fin dal loro primo incontro. Ma Patagonìa è soprattutto un romanzo dalla natura profondamente doppia, che nei suoi due diversi finali rende esplicita molta della propria ambiguità, che più sottilmente è presente in tutto il testo. Un racconto, certo, ma anche un rito di espiazione, che attraverso il virtuosismo, quasi mai fine a se stesso, delle sue soluzioni linguistiche, racconta il percorso della liberazione da parte di Rosa dagli incubi di una relazione venticinquennale, il cui fuoco di passione è stato da tempo immemorabile ucciso dall’Abitudine, e che è tenuta in piedi quasi soltanto dagli eccessi di Violenza del personaggio maschile. Se di un’espiazione letteraria si tratta, dunque, essa si mostra come un duplice - dunque impossibile - affrancamento, che non può che scaturire da una duplice condizione di peccato. L’autore racconta l’agonia insita nell’Abitudine, che deturpa in un lento stillicidio la vitalità di un sentimento, un mantra che va ben oltre le frequentissime anafore, un mormorio dell’anima infelice che percorre il libro nei suoi momenti più drammatici. Allo stesso tempo racconta la Violenza, che scaturisce in maniera quasi meccanica dai gesti ostentatamente mascolini, sprezzanti, e viscidi di Rosario. In un ritmo incessante di lemmi, quasi una saltellante fanfara, che gioca continuamente con l’attenzione e con l’immaginario del lettore, la psiche di Rosa marcia quasi gaia verso una delle due risoluzioni tragiche dell’enigma. Quella della tragedia è una carta che l’autore sembra voler eludere, grazie ad una ironia onnipresente e spesso florida, ma che alla fine egli gioca, e che non sussisterebbe, neanche come possibilità, senza il riferimento a un pubblico, a un osservatore esterno e corale. La prosa allude a un common sense, a una coscienza condivisa e critica, emergenti, a fatica, negli spasmi e nelle ribellioni della lingua scritta, e nella stessa dignità calpestata, ma non cancellata, di Rosa.
Un giudizio di condanna per la vicenda narrata che, pur restando sullo sfondo, impedisce al dialogo interiore di Rosa di essere un vuoto flusso di coscienza, un giudizio, o piuttosto un piglio analitico apparentemente molto lontano dalla realtà narrata, ma allo stesso tempo all’origine, forse, delle contorsioni linguistiche di cui il racconto è testimone, più che artefice. Sullo sfondo, appunto, di questa storia tutta psicologica, la società è presente eccome, sebbene unicamente come soggetto lontano e moralistico, entità assente quanto segretamente guardinga; una sorta di borghesia tutta stampa e magistratura, corpo compatto reso identificabile dal sarcasmo con il quale l’autore ci arruola con sapiente cortesia alla sua causa, come in un’illustrazione di Grosz.
I due veri protagonisti di questo brillante diluvio di parole sono dunque indicati nel titolo, pathos e agonia. Essi si rincorrono senza mai raggiungersi in un libro da divorare, più che da capire, da consumare velocemente proprio come il viaggio dei due amanti in quella terra straniera e a lungo agognata. Quel viaggio, appunto, che essi non hanno mai veramente voluto, se non come luogo di irraggiungibile quiete tra il pathos selvaggio che li ossessiona e la lenta agonia che dapprima li ha “scoperti” (“il loro Magellano si chiamava Abitudine”, scrive il Falconi), e poi conquistati e asserviti attraverso il piombo della quotidianità.

 

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