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Autore: Fabiano Alborghetti Titolo: Registro dei fragili Editore: Casagrande, Bellinzona 2009 Pagine: 76
Una raccolta di poesie che s’intitoli, con una metafora che è suggello e vanto dell’opera, Registro dei fragili segnala l’origine, la collocazione e la destinazione del lavoro di Fabiano Alborghetti nel campo di una tradizione poetica italiana minore. (Ma di minorità e minoranza viva, mica solo d’opposizione…) Non è un caso, dunque, che il primo discorso cui si riallacciano i versi del poeta, nell’immaginazione del lettore – che qui si vuole proporre in una versione insieme iper-critica e a-critica, cocciutamente presbite rispetto all’occhio miope della critica poetica di oggi – provenga da un genere testuale oggi dimenticato. Si tratta infatti della Lanterna rossa del 3 ottobre 2004, firmata da un poeta poco o per nulla conosciuto e frequentato, e che è stato comunque per lungo tempo una firma abituale di un giornale nazionale affatto schierato a sinistra (come potrebbe far supporre, invece, il titolo della colonna quotidiana a lui affidata) come Guido Ceronetti. Le considerazioni del poeta-filosofo – dimensione certamente ancor più minoritaria di quella del Nostro – esordivano così:
Dicono essere in forte aumento gli omicidi in famiglia. Questo non impedisce l’insistenza pubblica nell’elogiare a perdifiato l’istituzione benemerita che li produce. Se si danno incentivi alle famiglie perché addirittura (pur essendo questo un paese che scoppia di popolazione in eccesso, con sbarchi incessanti di gente non certo bisognosa di incentivi uterini) siano più numericamente evidenti e gravanti su ogni specie di trafelato servizio, l’incentivo, lo sprone, l’incoraggiamento è dato – aritmetica infallibile – anche, e simultaneamente, agli omicidi famigliari: ditemi il contrario.
e così continuavano:
Conservo nei miei archivi l’immagine pubblicata sull’"Illustrazione Italiana", quando usciva da Guanda circa il 1980, di un interno milanese dove sparpagliati si vedono tre cadaverini su cui è passata la carezza nefanda del loro genitore scontento. E pare la messinscena di una tragedia greca in trasposizione moderna, come usano certi registi. Ma non si tratta di pupazzi spruzzati di rosso. E per loro nessun vate tragico, non sono di Argo o di Tebe, per loro soltanto un numero in più nell’oceano di ghiaccio delle statistiche. La terribilità di una guerra civile è che è guerra tra vicini, tra botteghe sulla stessa via, tra abitanti dello stesso quartiere. Della guerra tra casa e casa parla anche Miguel Hernández in una poesia del 1938: li aveva visti e assaggiati gli artigli insanguinati in cui la guerra civile trasforma le mani che, placate, accarezzano e fanno musica. E l’omicidio famigliare è guerra civile tra quattro mura, tra pochi metri quadri riempiti di oggetti comprati insieme, con la cena rimasta sulla tavola a raffreddarsi. Irrompe come in sogno, e di colpo è Argo, Tebe, l’incendio di Troia, lo stupido Teseo, l’ottuso Creonte, l’Agave cieca, e il portone dice Numero 55 o 237, la targa della via reca il nome eternamente pio di Mazzini o di Garibaldi. E talvolta è un fragile diaframma tra il sacrificio cruento rituale di consanguinei (Abramo, Agamennone, Iefte) e questi sacrifici domestici che atterriscono e sconcertano i più sperimentati – eppure in penuria di comprensione dell’irrazionale che ci abita e conduce, ossessivamente – giudici e psichiatri.
Benché l’opera di Alborghetti si collochi a distanze siderali dalla poetica di Ceronetti – Fabio Pusterla, nella sua ottima prefazione, cita, con perizia, una linea riconoscibile di poesia civile, di inclinazione narrativa e di asciuttezza formale: Giovanni Giudici, Elio Pagliarani, Giampiero Neri e Tiziano Rossi (sull’ultimo, tuttavia, grava la stessa incertezza che si avverte nell’osservazione di Pusterla) – dal punto di vista ideologico, il registro si incastra perfettamente nelle parole sapienti e acuminate del grande torinese. Naturalmente, le corrispondenze di temi non sono nemmeno biunivoche, e neanche perfette; vi è qualche oscillazione, rispetto al testo di Ceronetti – che, di nuovo a-criticamente e iper-criticamente, si pone qui come basilare – si avverte qualche tremore. Da un lato, la miopia: la tragedia classica, o il rito antropologicamente fondato, che si consuma in “famiglia” è costantemente svuotato di significato dallo scontro con una società postmoderna ricca di mitologie e rituali, ma avara di compromessi con le tradizioni dalle quali proviene – miti e riti, in altre parole, sono stati tutti espulsi dalla casa e inglobati nel moloch-supermarket (Pusterla docet, di nuovo). Dall’altro, la presbiopia: la guerra civile cui Ceronetti accenna, evocando non casualmente la Guerra Civile Spagnola (che ha determinato la frattura più profonda tra le due Spagne, ma anche la loro riconciliazione, cosa che tuttora non avviene con le due – o più – Italie), inizia in casa. Nella fattispecie esaminata da Alborghetti, nella sua “poesia-reportage” (principio di poetica già ampiamente presente nelle due raccolte precedenti, Verso Buda, del 2004, e L’opposta riva, del 2006), il conflitto civile è aizzato dai mass media – da una costante invasione di veline, per esempio, che turbano l’immaginario affettivo-sessuale della coppia. Sono i mass media e la loro illimitata acquisizione e fruizione di Realtà/realtà a creare nuove fragilità, registrate, però, in ambito piccolo-borghese: non si tratta più di una criticità sociale, o di censo, ma di lacune a livello simbolico, determinate da un linguaggio che si è irreversibilmente appiattito su un ristretto gergo mediatico, basato sulla ripetizione di alcuni, contati stereotipi. L’irriflessività di questo idioma penetra anche nella lingua poetica del registro, annullando la categoria logico-sintattica del “verbo riflessivo”, a favore della possibilità – mediaticamente possibile, ma assai poco probabile – di una transitività assoluta (e quindi onnivora, o, per meglio dire ‘onni-desiderante’, ed effimera a uno stesso tempo). Fame degli individui, ma soprattutto fame del Moloch, che agisce attraverso i singoli, etero-guidandoli, ma lasciandoli nella percezione illusoria di essere i padroni, anziché le vittime, delle proprie scelte. È la “moltiplicazione dei fragili” che si accompagna, parafrasando Pasolini (autore di poesia civile, per una volta, beneficamente, non citato…) alla “scomparsa delle lanterne rosse”. E, rispetto a questi fenomeni, la “crisi della famiglia” e la “disgregazione dei valori etici” sono passi aggiuntivi, esornativi, inutili. Qui è cuore della vicenda contemporanea e indiscutibile luogo necessario del fare poetico.
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