Home [ libri ] [ letti nel 2010 ] Gli avventurosi siciliani
Gli avventurosi siciliani PDF Stampa E-mail
Scritto da Domenico Tringali   
Martedì 27 Aprile 2010 00:00


nello sàito, gli avventurosi sicialianiTitolo: Gli avventurosi siciliani
Autore: Nello Sàito
Edizione:  Hacca, Matelica (MC) 2010
Pagine: 189


Alla fine di questo romanzo, si può avere la sensazione di aver letto solo la brutta avventura di una ragazza in terra straniera, sbagliando. Ogni parola di questa storia, pubblicata per la prima volta nel ’54, contribuisce a creare fotogrammi di un’Italia, e soprattutto di una sicilianità, negli anni cinquanta, dove tutto è da rifare, in cui rimane poco degli equilibri sociali precedenti la seconda guerra. Fotogrammi in bianco e nero, immagini che oggi paiono sbiadite: i viaggiatori vestiti di nero, taciturni e diffidenti, di un treno Milano-Palermo, hanno lasciato il posto ad un mix di studenti, militari e lavoratori con occhiali da sole avvolgenti ed ipod all’orecchio. Solo la calca e probabilmente le carrozze del vecchio treno sono rimaste tali e quali.
Fulvia, una ragazza milanese di origini siciliane, narrando in prima persona, racconta come viene costretta dalla madre a partire per la Sicilia, con la falsa scusa del malanno di uno zio. L’interminabile viaggio da Milano a Trapani occupa metà del libro. Sul treno diretto a sud Fulvia fa la conoscenza dell’avvocato Pennisi, un uomo alto e parecchio robusto, e del commerciante di frutta Petralia, presenti nello stesso scompartimento. Tramite svariate cortesie e comici atteggiamenti di contesa, i due riescono a guadagnarsi la fiducia della giovane. Il viaggio in treno diviene un’epopea nella quale si osservano gruppi di meridionali, siciliani e napoletani, affrontare il tragitto con spirito differente. All’interno del vagone si inizia a parlare, prima sorridendo del pregiudizio di Fulvia nei confronti dei siciliani - "Ci guardate come se steste al giardino zoologico, si direbbe che per voi siamo dei selvaggi, che vi facciamo paura, che debba spuntare un Giuliano sotto ogni sedile…" - poi difendendo il bandito Giuliano per la sua capacità di sfuggire alla cattura - "La polizia non sapeva più chi mettere dentro, signorina. Mettevano ormai dentro tutti, sperando di prendere nel numero anche Giuliano. Non sapevano più che pesci pigliare, perciò sono ricorsi al tradimento." E si discute addirittura dell’intenzione di costruire un ponte tra Villa San Giovanni e Messina, negli anni ’50!
L’avventura continua. I due accompagnatori, convincono la signorina Fulvia ad abbandonare il treno per proseguire in nave con partenza da Napoli; giunti a Palermo l’avvocato si perde tra le braccia di due donne francesi, mentre il corteggiamento di Petralia nei confronti di Fulvia diviene più evidente. Ma una volta arrivati a Trapani l’atmosfera muta. La ragazza capisce di essere lì per fare la conoscenza di suo cugino Ninì, viziato ed immaturo, al quale la madre vorrebbe darla in sposa; capisce che lo zio Rosario, da lei prima creduto un benefattore, è in realtà uno sfruttatore, che schiavizza per poco denaro folti gruppi di manovali per le sue immense saline. Una presenza invisibile, quella di zio Rosario, nascosta dietro la faccia del suo uomo di fiducia Firdusi.
Commistione di povertà, sfruttamento, malaffare ed ingiustizia, ciò che spinge via da questa terra; ma anche voglia di riscatto, emigrando al nord o all’estero pur di concludere qualcosa di buono; dignità e amore per il luogo in cui si è nati e continua speranza che prima o dopo le cose possano cambiare, anche se il livello della lotta appare troppo basso. Può darsi siano stati questi alcuni dei sentimenti provati dall’autore nato a Roma da genitori siciliani.
Oggi in Sicilia non vi è più quella forma di sfruttamento (ve ne sono altre). Eppure, esiste ancora l’emigrazione dal sud, la politica immobile, i servizi scadenti, la mafia - che nel testo non viene mai nominata: perché? Perché Nello Sàito non scrive mai la parola mafia? Forse perché l’opera di zio Rosario è da considerarsi sfruttamento e non attività mafiosa, in un periodo in cui la mafia palermitana era impegnata nel traffico di oppio e morfina dall’America ed aveva uomini d’onore in politica. Tutto questo però, non esclude la presenza dell’atteggiamento mafioso di cui s’impadronisce anche il non mafioso. Esso consiste in una forma di arroganza e prepotenza mista alla minaccia più o meno diretta, per la quale “mezza parola” deve essere sufficiente a far capire all’interlocutore i rischi che sta correndo. In certi casi addirittura basta il silenzio, come avviene da parte di Firdusi e zio Rosario durante la rivolta dei salinari, causata dalla morte di un operaio stecchito dal sole.

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner