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Italia underground PDF Stampa E-mail
Scritto da Vito Ferro   
Martedì 13 Aprile 2010 00:00


italia underground, mastrandrea, vito ferroAutore: AA. VV.  (a cura di Angelo Mastrandrea)
Titolo: Italia underground
Edizioni: Sandro Teti Editore, Roma 2009
Pagine: 168

Underground, ma mica poi tanto. Nel senso che il sommerso, in queste storie raccolte da Angelo Mastrandrea per Sandro Teti Editore, fuoriesce come rivoli dai tombini delle strade, trasuda alcol e sudore dalle pareti domestiche, è il sangue degli operai morti sul lavoro, è lacrime di stranieri ancora e continuamente banditi dalla nostra società: è l’Italia degli ultimi, ma oramai gli ultimi sono i più numerosi.
Senza abbandonarsi alla freddezza del reportage giornalistico (troppi o forse mai abbastanza, ma non in grado, nella loro lucidità, di raccontare per davvero il disagio di chi vive ai margini: questo primato spetta ancora alla letteratura), le storie narrate in questi brevi racconti hanno volti e nomi propri, luoghi minimi di una geografia del dolore interiore e manifesto e gesti di una spietata delicatezza; sono la letteratura naturalista di un mondo che ci è prossimo, probabilmente l’unico vero mondo.
E la scrittura agile, tagliente, così polimorfa è in grado di farci pervenire l’eco scandita e cupa di esistenze portate al macero: c’è sempre un qualcosa contro cui si lotta, e spesso contro cui si soccombe.
In questa resa sta la chiave comune a tutti i narratori: un lieto fine non è previsto, non sarebbe abbastanza reale.
Morti ammazzati per una violenza accecante, ubriacature al limite della illuminazione zen e che celano tesori di anime, discriminazioni razziali e capelli troppo crespi, camorristi fragili, centri sociali come uniche oasi di verità nel cemento che tutto inghiotte e trasforma, corruzione morale e divise assassine, gente che viene nel nostro paese e trova muri e muri di silenzi e aggressività, lo scacco, il pugno, il volo, in ginocchio.  
Molte delle più interessanti voci della narrativa contemporanea italiana affinano il loro occhio e il loro passeggiare attraverso macerie fumanti e, pur parlandoci di rovesci di medaglie diverse, tutti ci dicono la stesa cosa, tutti mostrano col dito il marcio che sta invadendo gli interstizi della nostra quotidianità.
Meglio e con più pregnanza di un’indagine sociologica, sappiamo come si vive in un carcere, oggi, sappiamo come sfilano i giorni degli immigrati clandestini, sappiamo cosa ci sia dietro il consumo della droga.
Catania, Milano, il Veneto in mano alla Lega, paesi lasciati arrostire nel sole del niente: ecco l’Italia che c’è e non si vede, non si vuole vedere; ecco i palazzi, le piazze, le case (soprattutto le case); ecco i protagonisti di atti minimi che inesorabilmente conducono al vicolo cieco. L’ironia, quando c’è, è zucchero buttato nel cherosene. E il dramma, vivido, ci colpisce proprio perché atteso, comune, decifrabile.
La maggior parte delle storie presenti nel volume appaiono per concessione del Il Manifesto che le pubblicò nell’agosto 2008: è interessante il fatto che queste vicende siano state alla portata del lettore proprio d’estate. Perché, l’estate (l’idea dell’estate, il suo senso) in questi racconti è spesso protagonista, divenendo spazio ideale, condizione umana e mentale, sociale e culturale. Il tempo delle vacanze e del divertimento, della leggerezza e dell’abbandonarsi, è anche e soprattutto il tempo di città vuote e di cuori in pena, soli, di lupi in città in cerca della sopravvivenza; è tempo di negazione e sacrificio, resi ancora più opprimenti dal caldo asfissiante della nostra terra. Indicativo a tal punto il racconto del ragazzo marocchino venuto in Italia e costretto a vendere merci sulle spiagge jesolane, insieme ad un padre violento (perché non può essere altrimenti), che vorrebbe soltanto fare un tuffo in mare (da lui mai visto prima) e non può. Beh, questo appare come simbolo dell’intera raccolta: un mare a portata di mano, di piedi, e l’impossibilità a bagnarsi.
Il racconto ha però un inserto di minima umanità, perché alla fine, una specie di bagno il ragazzino lo farà: per sfuggire ai vigili che lo inseguono e che non osano raggiungerlo in acqua, ostacolati dai bagnanti italiani che chiedono di lasciarlo in pace. Anche questa presa di posizione, minima seppur plausibile, è Italia underground: è l’altro alto della sofferenza, la voce di chi, prima ancora di combatterla, riconosce che essa esista.

 

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