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Prove tecniche di romanzo storico PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Martedì 30 Marzo 2010 00:00

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Autore: Marco Palasciano
Titolo: Prove tecniche di romanzo storico
Editore: Lavieri, S. Angelo in Formis (CE) 2006
Pagine: 106


Nascono nel 1992 – quando di postmoderno, in Italia, si parla poco e male, essenzialmente per derivazione – ma vengono pubblicate solo nel 2006 – quando la teorizzazione dell’uscita del postmoderno è ormai legata a un desiderio compulsivo, che lo rende territorio conosciuto, compiutamente mappato e ri-mappato, dove la calca è molta, ma la resa ancora (…ancora oggi…) scarsa.
Le Prove tecniche di romanzo storico escono quando la carriera letteraria e artistica dell’autore, Marco Palasciano, è iniziata ormai da tempo, ma ne costituiscono punto alto, toccato in partenza, con i 24 anni e con la loro disinvoltura incosciente. E meno male che Palasciano non ha coscienza, ma soltanto spirito.
E di quello che fa ridere, anche.
Sono prove tecniche di narrazione storica, dunque, e per paradosso (o forse per Iperbole?, figura difesa dall’autore nella Nota per i critici neoborbonici accanto all’Ironia, segno comune dei tempi moderni) abitano l’anacronismo: probabilmente non dovrebbero, perché così si mancano di rispetto, si riducono a barzelletta, ad aneddoto curioso, a intrigo di serie zeta.
“Qual è il colmo per un romanzo storico e, nel caso, per le sue prove tecniche?”
“Essere fuori tempo”.
O una cosa così.
Ma è ipotesi errata, perché si basa su presupposti fragili assai – ad esempio, sul fatto che ci sia una linea del tempo e che la narrazione storiografica, e di riflesso quella letteraria, vi si debba adeguare. Ma non vi è nessun riflesso, e nessuna riflessione, qui.
Nel romanzo, e ancor di più nel romanzo storico, non si guardano gli interni, e le interiora, per scoprire una mera superficie – ché quello è lavoro di pelle, di pittura, di altra arte.
Si guardano le viscere, in una ricerca che è in primo luogo linguistica, di una sperimentazione – di nuovo – pienamente postmoderna, che riprende tutte le stratificazioni possibili in una storia napoletana di fine Settecento che è anche storia napoletana di fine Novecento. (E qui ci vorrebbe Erri De Luca a spiegare il carattere di grande resistenza e di “spreco di sangue” delle rivolte di Napoli, con il suo tono meno funambolico e più pacato, con il suo raccontare estremamente sobrio, come fa nel Giorno prima della felicità, e altrove, ma qui Erri De Luca non c’è, e allora lo lasciamo stare.)
Nella miriade delle lingue che si odono all’interno di queste prove tecniche si prova un nuovo linguaggio, che renda finalmente intelligibile il discorso della storia, fuori dalla convenzionalità di parola alla quale si sta – nel peggiore incubo orwelliano – ancorando.
E poi c’è ricerca letteraria e meta-letteraria, per scoprire cos’è romanzo storico, e come bisogna farlo, senza imporre per questo canoni neoepici, ma rispondendo con i tempi (verbali, che restano sulla carta) con i tempi (retorici, che corrono). Irridendo gli storiografi, prima delle storiografie, ma, con questa invettiva retrò, restando in ogni caso ben al di qua dal baratro, senza tentare il salto oltre.
Oltre l’epoca, e il suo spirito post, che di converso non fa – più – ridere.
La narrazione ha come numi tutelari Leopold Bloom e Donald Duck e benché parli per buona parte di Gioacchino Murat, in realtà intende dimostrare una filiazione dell’autore da Beethoven.
Di nuovo: una barzelletta, un aneddoto curioso, un intrigo di serie zeta?
No, un grande libro.
Non per niente, di sole cento pagine.

 

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