Polaroid PDF Stampa E-mail
Scritto da Barbara Gozzi   
Lunedì 29 Marzo 2010 00:00

polaroid, gianluca mercadante, barbara gozziAutore: Gianluca Mercandante
Titolo: Polaroid
Edizioni: Las Vegas edizioni, Torino 2008
Pagine: 141


Mi lascio radere i capelli.
Mi lascio svestire.
Mi lascio controllare gli orifizi, la bocca, gli occhi, il naso e le orecchie.
Mi lascio mettere una tunica bianca e nessun indumento intimo.
Mi lascio collegare alla apparecchiature.
Mi lascio iniettare medicinali.
Poi chiudo gli occhi.
È
giorno.
È n
otte.
Non lo so.

Polaroid
è un piccolo libro, piccolo nelle dimensioni, centoquaranta pagine, dieci racconti, dieci euro. E le immagini sputate da una macchina fotografica istantanea sono il corpo giusto a rappresentarne sensi e approcci.
Gianluca Mercadante tenta una miscelazione pericolosa e importante: eventi di storia recente, shakerati e sottilmente mescolati con narrazioni, personaggi, dialoghi, trame. Realtà e fantasia in percentuali differenti. Realtà fortemente attuali con aderenze profonde alle cronache, a quei fatti che più hanno colpito, anche attraverso la medialità. Fantasia che è invenzione, dunque rielaborazioni dell’autore di storie, voci, vite (quanto poi dipendano da estro, talento, invenzione e quanto dal vissuto, da quelle schegge che il vivere comunque lascia, questo, non è dato saperlo).

I racconti mostrano, nella lingua quanto nelle trattazioni, leggere virate, sapori, spessori, odori e rumori che nel tempo si sono differenziati. Si sentono gli stacchi nei tempi di gestazione, come lo stesso Mercadante precisa nei ringraziamenti: Alcuni dei racconti qui proposti hanno goduto di altre vite editoriali in precedenti pubblicazioni antologiche. E questo sentire rende il libro frizzante, dà modo al lettore di non adagiarsi, di non permettersi aspettative precise.
Per contro, le continue virate, la velocità con cui si passa da una storia all’altra, la rapidità che contraddistingue gli inserimenti degli eventi di cronaca reale, tutto questo richiederebbe probabilmente più respiro, più spazio (dunque scavi) per poter essere assorbiti con maggiore consapevolezza e approfondimento individuale.

È un libro che lascia spunti, riflessioni rapide che aprono varchi.
La lingua è sciolta, immediata. Si avvertono, a tratti, angoli da smussare, come se non ci fosse ancora un’unica base di radici da cui diramare storie anche differenti - effetto probabile delle sperimentazioni, di questo continuo virare tra inquadrature e modalità rappresentative.
Ci sono sensorialità, dialoghi serrati: il narratore è sempre diretto, parla al lettore come se lo avesse accanto, come se lo conoscesse e lo volesse obbligare al viaggio.
Un micro universo da saggiare, questo libro. Adattabile a viaggi, attese, brevi finestre spazio temporali da rubare a televisione o riviste patinate.
Mi resta tra la lingua la leggera insoddisfazione da pagina successiva. Alcuni dei racconti, potrebbero essere ulteriormente sviluppati, sfogando quei dettagli, snodi, legami, appena accennati.
Ci sono, in alcune pagine più che in altre, grande forza, lucidità, consapevolezze, rabbia e dolore. Ci sono e arrivano.

Avevo il panico dell’acqua, l’ho detto. Però, fino a dove il livello del mare mi arrivava al torace, non mi sentivo soffocare, e poi toccavo comodamente. Lungo tutta la Riviera adriatica, prima di immergerti per bene devi farne di strada, infatti. Questa è una delle ragioni per cui molte famiglie si sentono tranquille per venire al mare coi figli piccoli. Luglio è il mese delle famiglie, più di altri. Vengono a sciami, si accampano qui e prendono il sole. E gli secca essere disturbati. Comprano il giornale, certo, pare che s’informino un po’ di come vanno le cose, però finché qualcuno uccide in casa un suo famigliare, o mette il figlio nel microonde, va tutto bene. Ma non provarci a morire di luglio in un altro modo, sennò rompi il cazzo. Queste famiglie pagano, stentando, rinunciano, e quindi pretendono la loro vacanza.
A luglio non bisogno morire.
C’è tempo tutto l’anno, in fondo.

 

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