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Autore: Judith Thompson Titolo: Palace of the end Editore: Neo Edizioni, Castel di Sangro (AQ) 2009 Pagina: 144
Al principio è l'albionicità sporca dei tratti neri che macchiano la copertina, figure femminili [son mica donne, quelle?] con le mani protese al cielo, ombre che s'intrecciano rimandando ad uno schiribizzo calligrafico sufi. Palace of the end della Judith Thompson, leggicchiate; "come perno il conflitto in Iraq", intravedete; e vi vien da pensare che se saran nuances, saran mediorentali, vi dite, vi convincete, tu ed il tuo fottuto sesto senso, che non ne piglia una.
Poi la prefacente Stefanelli t'introduce in un costrutto metaforico assai Vittoriano, tu parti per la tangente e già non la vedi più, Alice che s'avventura attraverso lo specchio, ma subodori il tanfo melmoso d'un fiume Congo che scivola lento verso il cuore delle tenebre conradiane.
A pagina trentasette ti rendi conto d'esserti imbarcato in un'impresa ricca d'imprevisti quanto di serendipità. Ti trovi a spalancare le porte agl'archetipi narrativi wasp [white, anglo-saxon, protestant], e pigli a sottolineare passi che ti sembran significativi d'un certo mood, d'una certa predisposizione della Thompson ad affondare [consapevolmente?] nei corsi e ricorsi della litterae britannica.
In David Kelly, microbiologo inglese chiamato a muzioscevolizzarsi sulla veridicità dell'esistenza d'armi di distruzione di massa in Iraq, rivedi il personaggio del Cuore Rivelatore di Poe, roso nell'interno dal montare rossiniano delle menzogne sottaciute.
Qua e là, tra il bianco ed il nero delle pagine, affiorano rubescenti tracce, come quelle stese da Nehrjas Al Saffarh ["uno dei primi ricordi che ho è disegnare con il sangue, il mio"], come nella copia del Corano custodita nella Moschea Umm Al-Maarik al centro di Baghdad, vergata col sangue di Saddam, e ti sovviene il ricordo del Victorian Blood Book, una sorta di patchwork letterario concepito alla metà del diciannovesimo secolo da Evelyn Waugh, pagine e pagine di frammenti librari, incisioni e matupènsa, schizzi d'inchiostro di china rosso, rosso com'il sangue.
Il cuore delle tenebre, s'esordiva. Il defluire del Congo. Che è come il Mekong. Che è come il Tigri, e l'Eufrate. Lynndie England, ma potresti chiamarla Benjamin L. Willard o Marlow, cerca sé stessa. Navigando. Su Google, o sull'entusiasmo infoiato d'una cattiveria inconsapevole, poco importa. Non si vede, Lynndie. Al massimo si scorge, laggiù, lontana, alla fine del tunnel. Ed è possente, in quella realtà parallela e lisergica, tutt'il contrario dell'esile figura che ha, in fondo alle tenebre appare corpulenta come un Marlon Brando che sibila "L'orrore... L'orrore", enigmatica come Kurtz. In una carveriana e bucolica america subisce le angherie dei bulletti, ti racconta, ingenua e semplice come certi personaggi della Flannery O'Connor. In Iraq, in guerra, invece no. Impila piramidi di prigionieri nudi. Li mette al guinzaglio. Hanno il collo morbido, mica come quello dei cani, riflette. Fan tutto quello che gl'ordini di fare, riconosce. È gente semplice, dopotutto. L'orrore. L'orrore.
Attraverso il personaggio di Lynndie England, Judith Thompson perpetua l'immagine d'una società occidentale che nel momento stesso in cui si fa dorifora di pace e civiltà scade nell'imbarbarimento. La England, nel momento stesso in cui si kurtzizza, si fa risucchiare dalla wilderness, subisce la fascinazione della savagery, lascia esplodere in un trionfo d'abominio l'ancestrale istintività rimossa. La Lynndie England diventa il male. È, il male. Un male banale, à la Arendt. Ma pur sempre il male. Quello che alberga nel Palazzo della Fine. Ad Abu Ghraib. Dentro ognuno di noi, dopotutto. |