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Autore: Nick Cave Titolo: La morte di Bunny Munro Edizioni: Feltrinelli, Milano 2009 Pagine: 261
Poniamoci una domanda: qual è il compito, o uno dei compiti, della Letteratura (la maiuscola non è un refuso)? Senza tema di smentita è possibile affermare che la Letteratura sta fra gli strumenti che conducono (o possono condurre) la coscienza oltre i suoi limiti, ed è questa – condurre oltre i limiti – un’operazione faticosa. Per chi scrive, talvolta. Per chi legge, sempre. Sempre, ma soprattutto quando la coscienza viene guidata “oltre” attraverso operazioni radicali. Quando il lettore viene preso per il collo e messo di fronte a scenari desolanti; quando gli vengono presentati personaggi squallidi incapaci di andare oltre l’ossessione per il sesso e lo stordimento causato dall’alcol; quando gli viene detto senza mezzi termini che l’umanità naviga a vista in un mare di fango, merda e detriti; quando gli vengono mostrate esistenze che trovano sollievo dallo smarrimento e la disperazione attraverso il suicidio. Questo è quanto Nick Cave offre al suo pubblico nel suo secondo romanzo, usando una scrittura asciutta e alternando registri linguistici cupi e graffianti a deliziosi tocchi di humour, senza lesinare rimandi, citazioni letterarie e suggestioni dalle sacre scritture. Bunny Munro è una persona men che mediocre, un debosciato quasi fiero della sua condizione di erotomane e alcolizzato: vende prodotti di bellezza porta a porta, vende l’illusione della bellezza. A volte, e per pochi istanti, la sua mente viene illuminata dalla sensazione che nella sua vita ci sia qualcosa che non va, qualche conto che non torna. Torna a casa e trova sua moglie morta. Impiccata. Suicida. È troppo insensibile per provare un dolore completo, ma si rende conto che deve fare qualcosa: suo figlio Bunny junior è lì, in casa, ad interrogare con i suoi occhi malati il padre. Cosa sta accadendo? Cosa dobbiamo fare, papà? Nella sua ottusità, Bunny Munro decide di fare un paio di valigie e di partire con il figlio al seguito e senza meta apparente; di lì in poi, il libro obbliga il lettore ad intraprendere un viaggio che è un devastante catalogo di miseria e aberrazioni. Un viaggio che si rivelerà una corsa verso la distruzione. Bunny Munro cercherà di scansare la catastrofe, non rendendosi conto che essa ha già avuto luogo. Proprio in questo sta la grandezza del romanzo di Cave: da una parte il titolo del libro parla chiaro. Sappiamo già come andrà a finire. D’altra parte, Nick Cave si comporta in maniera magistrale nel non esibire i connotati di una fine già avvenuta. Il mondo è apparentemente rimasto intatto, con le città, le strade, i centri commerciali, i programmi televisivi e le persone che parlano del più e del meno, vanno al lavoro, piangono e ridono e fanno sesso. Ci sembra che il problema della fine riguardi soltanto il protagonista. Eppure, lungo ogni pagina si respira un’aria di putrefazione (sarebbe azzardata l’analogia con James Joyce?); ciò che apparentemente è integro assume sembianze mostruose: il mondo è morto, o al massimo è diventato una creatura abominevole che si contorce sbranando i suoi abitanti senza che essi se ne accorgano. Le città cadono a pezzi: fra le prime immagini che Cave regala ai lettori c’è un molo in fiamme, andato a fuoco per chissà per quale motivo. Le autostrade sono attraversate da oscure presenze che sembrano inseguirci come mastini affamati. I centri commerciali vengono visitati da serial killers travestiti da diavoli, e qualcuno azzarda l’ipotesi che in loro non vi sia alcun travestimento. Ossessivamente, le reti televisive rimandano l’immagine di uno di questi demoni, in un gioco al massacro per scarnifica le distinzioni tra invenzione mediatica e realtà. Nick Cave ci lascia credere che la catastrofe sia lì dietro l’angolo pronta a manifestarsi, quando de facto essa si è già manifestata e ha già mietuto le sue vittime. Il mondo è morto e non se n’è reso conto, esattamente come Bunny Munro, condannato sin dall’ incipit del libro, continua a muoversi e a vivere (?) la sua vita dissoluta e inconcludente. Il mondo è morto e al piccolo Bunny junior, vero centro nevralgico del racconto, non resta altro da fare che seguire quel padre cui egli tributa tutto l’amore incondizionato che la sua purezza gli permette di regalare. Il mondo è morto e solo i morti lo sanno, spettri che non possono fare altro che avvertire i pochi che ancora hanno margine di salvezza. E pure questo accade durante la storia, nel momento in cui a Bunny junior tocca fare i conti con l’evidenza della tragedia, espressa con tenerezza e decisione da sua madre: “Tuo padre non ti può aiutare. È davvero perduto.”
La morte di Bunny Munro narra di un’apocalisse già avvenuta. E tuttavia, sin dalle premesse lascia scorgere la luce di una possibilità di redenzione declinata quasi in termini biblici dal momento che, biblicamente, essa si manifesta o si ottiene attraverso un passaggio di consegna. Mosè non arriverà mai a posare i piedi sul suolo della Terra promessa. Lo farà il suo popolo, sua ideale discendenza. Un padre e un figlio si mettono in viaggio. Per il primo è troppo tardi. Per il secondo… Il peccatore non si salverà. Non in questa vita che sta vivendo, almeno. È troppo corrotto. Possiede tuttavia la possibilità, gli rimane la possibilità di dare la salvezza al suo successore, alla sua progenie. Un romanzo magistrale, da leggere se non si ha paura di farsi del male.
P.S.: La scrittura di questa recensione deve molto all’ottimo intervento di Luca Briasco, intitolato Postmoderni narratori apocalittici e rintracciabile sul sito Minima & Moralia di Minimum Fax. |