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| Michelangelo. La grande ombra |
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| Scritto da Antonio Tirelli |
| Domenica 31 Maggio 2009 12:00 |
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Le vie del racconto sono infinite, si direbbe. Perlomeno, sono molteplici, come molteplici sono gli strumenti che ognuna di queste vie impone, o suggerisce di utilizzare. Nel suo Michelangelo, la grande ombra[1] Filippo Tuena utilizza una fra le strade più tortuose: uno di quei sentieri che attraversano i generi mescolandoli, da una parte consentendo di dissodare vari terreni letterari e attingere ad un bacino creativo più ampio di quello normalmente a disposizione del narratore “puro”; ex contraria parte, mettendo lo scrittore nella difficile condizione di avere molti strumenti diversi fra loro, di difficile utilizzo e di difficile integrazione. Nel nostro caso, parliamo dei complessi utensili che stanno in bilico fra il romanzo corale e il documento storico, i quali impongono di affiancare ad un approccio storiografico l’invenzione narrativa, non tanto intesa come “falso”, bensì considerata come ricostruzione di atmosfera, come aggiunta di pathos al rigore dell’indagine artistica, storica, filologica. Il viaggio che Tuena chiede ai suoi lettori di intraprendere parte da una sola domanda: perché Michelangelo, dopo aver abbandonato Firenze nel 1534, non vi ha più fatto ritorno? Posto l’interrogativo, ci si immerge in un flusso narrativo dinamico e non banale all’interno del quale, con un atto di umiltà letteraria, l’autore lascia che chi legge sia preso per mano dai protagonisti del libro. Ci si scopre sospesi in un’atmosfera di quasi assenza di spazio e tempo, eppure ancorati saldamente ad una rigorosa documentazione che prende vita pagina per pagina, parola per parola. I documenti si animano e si trasformano in persone, e proprio in questo è la pregevolezza del romanzo. Michelangelo è protagonista in absentia, perché a raccontare sono coloro che, in un modo o in un altro, ebbero a che fare con lui. Tommaso de’ Cavalieri, Giorgio Vasari, Cosimo I de’ Medici parlano, e ogni intervento è come un grandioso epitaffio che riassume interrogativi e aspirazioni, che si fa ricettacolo di trionfi, sconfitte, invidie e altruismo. Parlano i servi di Michelangelo, i suoi amori e coloro che più da vicino collaborarono alle sue opere, parla il nipote Leonardo che curò le memorie di quello zio di carattere tanto impossibile quanto impossibile fu l’eventualità di eguagliarlo nella pittura, nella scultura, nell’architettura. A tratti, al lettore più avveduto sembrerà che in Michelangelo, la grande ombra si possano rinvenire echi provenienti dall’ Antologia di Spoon River. Narrativamente parlando, la testimonianza viene resa all’autore, ma l’impressione generale è che – proprio come avviene in Spoon River – i testimoni stiano parlando a noi, utilizzando il Maestro come pretesto per raccontare non solamente sé stessi, ma soprattutto per riflettere sui giorni e le opere umane, sulla grandezza dell’arte e la caducità dei desideri. Sulla vita e sulla morte e sul tempo, sull’arte e sul tormentato rapporto che l’ingegno umano instaura con il potere; tanto più tormentato quanto più l’ingegno è mirabile e quanto più il potere e autorevole o autoritario. Sulla vita e sulla morte. Soprattutto, sulla possibilità che l’esistenza, da materia evanescente e volatile, acquisisca l’immortalità laddove vi sia chi continui a raccontarla.
[1] Il volume è la riscrittura di un libro apparso per i tipi dell’editore Fazi nel 2000, il cui titolo è La grande ombra. |




Autore: Filippo Tuena


