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Adesso lei è irraggiungibile. Nulla resta. Il suo mondo è ridotto a sparuto numero di brecce, sfilacciato lasciando delle sole bolle, gonfiori che gravano non visti sul nostro pianeta. Anfratti non abitati, che quindi implodono definitivamente. Così scompaiono le case nel suo mondo, così muoiono le famiglie e termina una civiltà. La incontravo sempre all’incrocio dietro casa mia, vicino l’entrata della fabbrica. Appariva e, anche se delle volte arrivavo in anticipo, la trovavo sempre ad aspettarmi sotto il lampione. Così trascorremmo quell’inverno, la portavo sulla canna ghiacciata della Bianchi di mio zio appena andato in guerra, senza mai farci domanda alcuna, solo ridendo nelle campagne innevate e bombardate. In quella situazione statica, anodina, il mio cuore sbocciava, deflagrava silenzioso. Lei diceva che già da piccola si intrufolava nel nostro mondo. Appariva all’incrocio. Il ghiaccio della terra saliva a mischiarsi con quello del cielo. L’ultimo giorno che l’ho vista, erano passati mesi, mi aveva invitato a salire la scala della ciminiera della fabbrica. Era la prima volta che salivo sopra le nuvole del pomeriggio – mi aveva detto che sarebbe stato per sempre – e mi ero trovato in una campagna di verdi gobbe, sotto un fresco cielo grigio. Stringendomi la mano mi aveva accompagnato nella sua casa sopra la collina, fin nella penombra della sua camera, dove in un silenzio di abissi marini, salati, avevo finalmente gustato il suo sapore, che mai finiva e calava d’intensità. Dopo lei s’era fatta grigia come il suo cielo, profonda come la sua stanza. Ondeggiavamo spossati su un sentiero tra i campi fioriti, abbracciati, e alla fine c’era lei che mi diceva di non poter più tenere la testa nel suo mondo e il cuore nel mio. Continuammo a camminare rigidi e con bocche sigillate nel grigio, senza mai incontrare nessuno, senza che la luce del giorno cambiasse. Quando poi sfiniti ci fermammo, io non volevo guardarla negli occhi. Mi voltai indietro e la sua casa era ancora lì, come se non ci fossimo allontanati di un metro. Lì avevo iniziato a capire perché il nostro amplesso mi era parso siderale. Era stato il primo ed era già stato l’ultimo. Erano già stati tutti gli amplessi compresi tra il primo e l’ultimo, che non sono mai stati. Gli amplessi mai stati, che eppure sono, e che sempre saranno. Così la bellezza era stata solo sfiorata, non rovinata. Eravamo i bei momenti che sarebbero potuti essere e non sono mai stati. Immaginati intatti, chiusi in un’ellisse furente e febbrile. Alla fine la bolla aveva iniziato a tremare e io scappai via da lei che era senza lacrime. Scendevo dalla scala della ciminiera e, attraversate le nubi, vidi dall’alto l’industria e mi fermai: era crollata e come se il tempo ne avesse già smussato le rovine. La ruggine aveva divorato il telaio della mia bici. Ovunque c’erano segni di violenza, la campagna e il cielo si erano ritirati. Sospeso tra i due mondi, il mio cuore senza più una casa, deflagrava frastornante.
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