| La diva immensità delle tempeste |
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| Scritto da Marta Casarini |
| Venerdì 16 Dicembre 2011 00:00 |
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Ho ricevuto una telefonata. Cioè, non proprio io. Il mio ufficio. Io lavoro in una biblioteca di provincia con i muri gialli appena riverniciati e le cacche di piccione sugli angoli dei davanzali; pare che tutto il resto sia stato possibile restaurarlo ma il guano no, il guano si riforma e come cerchi di disincrostarlo eccolo che appare di nuovo, piovuto giù dai culi come un presagio. Quello che devo fare è: catalogare i nuovi libri dire “buongiorno” agli utenti foderare i volumi logori con un apparecchio chiamato Colibrì che dovrebbe tagliare la plastica e invece ciò che fa è: sputacchiare all’intorno pezzetti di copertine bruciacchiate, lacerare carte malamente, rinnegare il suo destino di barra saldatrice tra uno sferragliare di lamiere e ansar di cavi logori che lo porterà un giorno a tener fede al suo nome leggero, planando fuori dalla finestra in un riscatto shakespiriano, sorvolando il praticello concimato a sigarette e i davanzali rocacò. E a volte mi capita di rispondere al telefono. Stamattina c’era un odore di pesce per terra e sugli scaffali; era anche l’anniversario della nascita di un tizio che ha inventato un certo tipo di chitarra, e allora ho pensato “adesso prendo l’iniziativa di creare uno scaffale dedicato alla musica e alla chitarra e forse anche al pesce, chissà”, così ho tirato fuori dalle viscere del deposito tutta una serie di volumoni enormi che si chiamavano: “La Bibbia della Gibson”, “Il metodo Infallibile per suonare Benissimo” e “Come diventare Santana in dieci mosse”, e li ho impilati uno dietro l’altro a faccia in su, per essere più carini; poi ho estirpato dall’angolo in fondo dello scomparto Opere Surgelate un ricettario svedese dedicato al pesce. “Dente per dentice”, si chiamava. Poi ho pensato a mio nonno, che pescava libri dalla sua libreria come fossero tanti piccoli prodotti ittici profumati. ”Senti Proust” mi diceva, “annusa come sa di mare, e odora Perec, con le sue burrasche, il vento di tempesta di Pennac, il corpo rivoltato come un polpo di Canetti. Annusa e sfoglia e raschia via le squame di Sciascia e di Camus, le branchie di Freud, i denti grossi come molari del cefalo Hesse. I libri stanno stretti sugli scaffali come le sardine, eppure possono essere squali e balene e fagocitarti o scivolarti accanto, dedicandoti solo un brivido remoto come una vibrazione nell’acqua, per poi dirigersi altrove, verso altri ami”. Poi mi prendeva in braccio e mi faceva scegliere il pesciolino più squisito. Poi è morto su una panchina scrostata una volta che facevamo un giro in centro, così, come una medusa presa per gioco da un bambino. Il telefono della biblioteca ha squillato e quella era una volta che ho risposto io, ed era un signore che voleva sapere se per caso, per favore, avessimo forse magari un libro che parlasse dell’acqua pazza. E io sono rimasta di sale, come un branzino cotto nell’omonima maniera. “E certo sì che ce l’abbiamo, e lei come si chiama?” E si chiamava come mio nonno. Allora ho chiuso gli occhi e ho lasciato lì l’odore di maremoto e i muri gialli dipinti di nuovo, i saggi su Les Paul e la Colibrì frustrata, ho ingoiato un po’ di saliva che sapeva di brodo di pesce e lische aguzze, ho pensato “ecco che mi manca, ecco che basta un’omonimia”, e ho guardato fuori il praticello che era vuoto, che c’era solo un signore anziano abbarbicato a un faggio che contava le foglie e le denunce da sporgere ai giovani imbrattatori di panchine e città. Come un marinaio incattivito dall’ammontare degli anni, e dei porti, e dei cliché. |







