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Scritto da Beatrice Pesente   
Venerdì 25 Novembre 2011 00:00


L'ora di educazione fisica è la mia tragedia.

Comincio a sudare molto prima di entrare in palestra. Mi infastidisce, ma mi accorgo che gli altri non si preoccupano di niente, di sudare, di puzzare, di dare al mondo prova di come l'aria esca dal corpo in maniera incontrollata.
Io sì. Io mi preoccupo di tutto. Ho quattordici anni, ma me ne danno sempre qualcuno di meno. Quando dico che vado già alle superiori, le amiche di mia mamma, incredule, inarcano quelle sopracciglia ad ala di gabbiano e io osservo il modo in cui intorno agli occhi si formano  quelle rughette che loro tentano disperatamente di mascherare con il trucco. Stupisco anche le rughe, le faccio saltare fuori all'improvviso.
Una volta, una di loro è scoppiata in una risata che è rotolata fuori come una cascata di biglie e mi ha detto: “questa faccia diventerà la tua fortuna, quando di anni ne avrai il triplo!”.
Ma per ora io di anni ne ho quattordici e vorrei solo riempirli tutti per bene.
Come miei compagni di classe riempiono i loro vestiti o lo spogliatoio della palestra si riempie delle loro voci, che rimbalzano secche come i palloni sulle pareti.
Non come la mia, di voce, che è sottile e ridicola e appena uscita scappa subito fuori dalle finestre.

L'ora di educazione fisica è la mia tragedia.

Guardo lui e penso che sia bello. Non nei lineamenti del viso o nei muscoli del corpo, è bello perché riempie lo spazio meglio degli altri. I suoi movimenti sono disegni nell'aria che io correrei loro dietro con una matita, per non perderli. La sua risata è così larga da abbracciare tutti quelli che stanno con lui.
È bello perché non si chiede ogni volta se quello che fa, o quello che prova, sia sbagliato.
Semplicemente, lui nelle cose ci si immerge, ci nuota. Io mi limito a stare a un passo dalla riva e guardarle da lontano.

palestra campostrino spazi indecisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[racconto per spazi indecisi in occasione di cicli indecisi]

 

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