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L'ascensione di Roberto Baggio [brani] PDF Stampa E-mail
Scritto da Vanni Santoni e Matteo Salimbeni   
Giovedì 12 Gennaio 2012 00:00


“Rigore!”
“Macché rigore!”
“Rigore, rigore!”
“E batti codesto rigore! Tanto lo sbagli!”
Era un bel giorno di marzo, a Firenze. Sorbivamo limonate, le schiene poggiate sul bordo della fontana di piazza Santo Spirito, e guardavamo i ragazzini giocare a pallone. Un venticello fresco muoveva le camicie e le fronde degli alberi; i raggi del sole assopivano le parole. La fontana, il vento, il pallone, una limonata: il giorno seguente sarebbe stato uguale e così quello dopo ancora. Dal fondo della piazza spuntò tuttavia un cappello. Ondeggiava lento fra gli ombrelloni dei bar, sormontato da un’aureola di fumo. Sotto al cappello, un vecchio completo di gabardine e una valigetta sdrucita. Era l’Editore. Così, senza troppa fantasia, veniva chiamato nella zona, dato che quello era il suo mestiere. Ma con la E maiuscola e questo, soprattutto, per via dell’anzianità. Molte erano le storie che gli ruotavano attorno. C’era, nel quartiere, chi vociferava fosse centenario, attribuendogli battute di pesca con Hemingway e partite a scopone con Svevo e Joyce. Chi, addirittura, caldeggiava l’ipotesi dell’immortalità. Né lui faceva alcunché per scrollarsi di dosso quell’alone di mistero. Parlava con un indefinibile accento straniero, non sorrideva mai ed era impossibile vederlo senza una sigaretta fra le labbra, avvolto da una trama di nebbia. Qualunque stagione fosse, qualunque ora fosse, piovesse o bruciassero le siepi, vestiva sempre alla stessa maniera. Quando alzò la tesa del cappello in segno di saluto capimmo che veniva verso di noi. Ci fissava dritti negli occhi. Stroncati dall’imbarazzo tirammo fuori un pacchetto di sigarette e glielo porgemmo. Lui buttò il mozzicone che aveva fra le labbra e alzò appena la mano in segno di rifiuto. Dopodiché tirò fuori di tasca il suo pacchetto di MS, ne estrasse una e la accese.
“Ho un lavoro,” disse.
Ci rianimammo, ci guardammo, balzammo in piedi.
“Un lavoro per voi,” e prese una boccata dalla sigaretta. Si guardò intorno. Sputò tre, quattro anelli di fumo e li seguì contorcersi e diradarsi. Poi riprese:
“Voglio un libro su Roberto Baggio.”
L’emozione si stemperò in un confuso sconforto. Il cuore ci batteva più forte, ma la mente non riusciva a trovare un punto fermo. Quelle due parole, quel nome e quel cognome, suggerivano un universo familiare, ma non riuscivamo a ricordare bene quale. Alla stessa maniera di chi, svegliatosi bruscamente nel cuore della notte, si ritrova, gli occhi sbarrati e la respirazione alterata, a cercare sul soffitto i protagonisti perduti dell’ultimo sogno, mormorammo:
“Roberto Baggio?”
“Questo è il nome.”
“L’... Allenatore?”, la buttammo là.
L’Editore scrollò il capo.
“Il... Telecronista?” Di nuovo una scrollata di capo.
“C’entra col calcio, vero?”
L’Editore prese una lunga boccata dalla sigaretta e annuì:
“Raffaello, il Coniglio Bagnato, il Divin Codino, l’eterno incompreso, quello che secondo molti è il più grande calciatore italiano di sempre.” Estrasse dalla borsa un libro, un almanacco del calcio, già piegato alla pagina che gli interessava. Ce la mostrò.


Baggio Roberto, nato a Caldogno il 18/2/1967

1981-1985   Vicenza     36    (13)
1985-1990   Fiorentina  94    (39)
1990-1995   Juventus  141    (78)
1995-1997   Milan         51    (12)
1997-1998   Bologna     30    (22)
1998-2000   Inter          42    (9)
2000-2004   Brescia       95    (45)
Tot.                             489   (218)

Nazionale Italiana          56    (27)

Poi ripeté:
“Voglio un libro su Baggio. Per non dimenticarlo.”
Noi stessi lo avevamo dimenticato, cacciandolo chissà dove, in quel cantuccio di memoria che si riserva ai sogni interrotti, alle piccole delusioni amorose, alle chimere e alle aspirazioni che non sono riuscite a guadagnare il cielo. L’editore continuava a parlare: “La storia di Baggio è innanzitutto una storia di gol. Lasciate che vi racconti.”




Il racconto dell’editore
Supponiamo arrivi un giorno in cui qualcuno ponga la fatidica domanda. Supponiamo sia sera, l’ora di cena. Un ritrovo fra conoscenti. La tavola è apparecchiata e gli ospiti cominciano a scambiarsi vassoi ricolmi di pietanze, caraffe di vino, olio, pepe e sale; qualcuno si alza per recuperare un coltello, altri fanno tintinnare i bicchieri per un brindisi, altri ancora mangiano in silenzio. Aleggia una specie di noia, un impaccio. Nell’imbarazzo dell’inizio cena sono pochi quelli che si ritagliano uno spazio, che impostano e replicano e giocano a tutto campo.
Supponiamo, quindi, un banale percorso di argomenti: famiglia, lavoro, politica. Dalla politica si passa all’immoralità della politica; dall’immoralità della politica a quella di politici, senatori e industriali, padroni di società televisive, sportive, petrolifere, assicurative. Supponiamo che qualcuno, magari per risparmiarmi l’inevitabile inclusione degli editori in quella manica di filibustieri, prenda la palla al balzo e si diriga di petto verso il calcio e che tutti, in un’intuizione di sollievo, alzino gli occhi al soffitto. Nella tavola si rianimano le voci. D’un tratto ci si ricorda quanto era buffo Cerezo con i capelli ossigenati, saltano alla mente le capriole di Faustino Asprilla e la papera di Zenga, il sale di Anconetani, l’acqua santa di Trapattoni o il trenino del Bari; ci si chiede che fine abbia fatto Baresi, saltano fuori nomi strani, Stromberg, Centofanti, Zavarov, Lalas, Bruno, Otero; c’è perfino chi, folgorato in una sua personale Damasco, ricorda Marco Zoratto, il mediano brevilineo e un po’ sgraziato che una volta fu convocato in nazionale, a trentasette anni suonati, da Sacchi ovviamente, e da Sacchi, ovviamente, si passa a Baggio, si prova a ricordarne i gol in nazionale, quelli al Real Madrid, alla Bulgaria, alla Nigeria e alla Juventus di Van der Sar, uno più bello dell’altro. Supponiamo adesso che qualcuno, un provocatore, di certo, metta la mano sulla mia spalla e domandi:
“E il nostro amico Editore, qua, che se ne sta zitto a mangiare, che ne pensa? Qual è il gol più bello di Roberto Baggio?”
Ecco, in quel preciso istante, smetterei di mangiare. Ci sarebbe un tintinnare di posate, un soffio di gelo. Sulla tavola calerebbe il silenzio.
“Non so. Ha fatto tanti gol.”
“E certo, comodo così! Tanti e tutti ugualmente belli, immagino,” dirà il provocatore.
“Brescia-Juve. Stop al volo a seguire. Van der Sar rovina a terra. Baggio la mette nella porta vuota,” taglierò corto.
“Ma questo lo abbiamo già detto noi!”
“È che ce ne sono tanti. Troppi.”
“Per esempio? Io, per esempio, di Baggio ricordo solo quell’episodio lì, quel rigore... Dov’era? In America?”, incalzerà lui.
“Il gol da calcio d’angolo,” dirò allora. “Sempre ai tempi di Brescia.”
“Ah, non lo ricordo.”
“Calcio d’angolo battuto sul primo palo. Contro il Lecce. Con Chimenti che incoccia incredulo contro il palo e un difensore che tenta di salvare la palla di testa. Bellissimo.”
“È quello il gol più bello. Sicuro?”
“Ce n’è un altro. Non ricordo contro chi... Mi sembra in coppa Uefa. Baggio dirotta tutta la difesa, trascinando la palla a piccole falcate. Non punta l’avversario, non lo ubriaca. Taglia la retro- guardia per linee orizzontali, trottando. Gli avversari sono una minaccia costante, ma, non si sa come, non lo sfiorano. È come se ci fosse una forza che lo protegge. Una potenza che crea una zona d’ombra, di ammirazione: di discrezione. Un campo magnetico. La palla è sempre lì, sul filo, ma non appena il difensore allunga il piede, Baggio dà un tocco e avanza, sospende la minaccia. Fragile, ma intoccabile. Avanza e gli avversari cadono per terra, letteralmente, con le gambe in aria. Come nel gol alla Cecoslovacchia ai Mondiali del 1990. Anche quel gol è bellissimo.”
“Più bello di quello che hai appena citato?”
“Straordinario. Se osservi bene, sembra impossibile che Baggio riesca a calciare il pallone. Non è tanto la rapidità del gesto che gli permette di incastrare la palla dove vuole. C’è qualcosa di diverso. E non è neanche un gioco di magia: Baggio non nasconde la sfera; non la rende invisibile. È come se in quei tiri, che prendono in controtempo il portiere o si infilano nel sette, si liberasse del pallone in un atto di fatica suprema. Come se lo sudasse via. Guarda il gol al Napoli ai tempi della Fiorentina...”
“Il tuo nuovo gol preferito...”
“Sì.”
“Ah sì? E perché?”
“È uno dei gol più sofferti di Roberto Baggio. Nel finale dell’azione, dopo aver saltato come una gazzella due avversari, quando si trova davanti al portiere e lo ha superato, c’è un vuoto d’aria. Dopo quella fuga il tempo si blocca e tutto, all’improvviso, si fa pesante. Ogni volta che lo guardo ho un tuffo al cuore. Baggio è lì, davanti alla porta vuota e penso: ora sbaglia. Il pallone gli rimbalza sullo stinco e sbaglia. E invece Baggio se ne libera, con un enorme sforzo. Tutto esplode ed è gol.”
“Quindi è quello, il miglior gol di Roberto Baggio?”
“No. C’è un altro gol, sempre al Napoli. Punizione. Quello è davvero unico.”
“Come ogni gol che ti viene in mente.”
“Di più.”
“E perché?”
“È più emblematico.”
“Cosa c’è di emblematico? Baggio su punizione ne avrà segnati cento!”
“Diciotto, ne ha segnati. E quello era il primo.”
“Il primo gol su punizione?”
“Il primo gol in Serie A. Dopo quella partita ha preso il numero 10 viola di Antognoni e ne ha segnati altri 204.”

 

[tratto da L'ascensione di Roberto Baggio di Vanni Santoni e Matteo Salimbeni (Mattioli 1885)]

 

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