Lutto materno PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Carletti   
Venerdì 03 Febbraio 2012 00:00


Ho brillato per tutta la notte come una stella morente, come una supernova. Sudavo nel letto tra le lenzuola umide. Sentivo nell’aria l’odore delle zanzare. Ho sbarrato gli occhi più volte. Ho riempito il buio del loro bianco frenetico. Sono caduta. Sono caduta. Sono caduta a terra così in fretta.
Sono crollata giù come una frana d’ossa. Ho battuto forte la fronte. Mi ha fatto male al respiro.
Tutta la notte ancora accesa in un grido inascoltabile. Flebile come l’auscultazione del mio cuore incrinato. Un dolore così impregnante che sa quasi d’alcool puro. Disinfetterà? Disinfetterà? Dimmelo tu.

Mamma ho paura. Mamma perché non sei in questo buio con me? Io non vedo niente. Non vedo neanche le ore che scorrono con sonno torpido. Sonno possiedimi, sonno prendimi il corpo, io ti desidero carnalmente. Non ci sono chiodi che tengano Santi attaccati ai muri. L’ultimo crocifisso se l’è portato via mia madre. Mamma dove sei? Mamma? Sono sola qui in queste lenzuola. Fa un freddo torrido. Mi sento bruciare i capelli. Mi sembrano vivi, mi sembrano serpi. Forbici strisciatemi accanto, forbici recidete i miei tendini d’acqua. Tagliate via l’osso, cavatemi gli occhi. MAMMA VIENI QUI ADESSO MAMMA TI PREGO MAMMMA.

Silenzio silenzio silenzio silenzio. Questo silenzio fa un rumore tremendo mi scoppiano i timpani mi sbatte la testa mi scuotono le tempie il cranio mi schiaccia il cervello silenzio furia grido urlo AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA.

Silenzio silenzio silenzio. Questo silenzio ha un ritmo strano. Di pensiero in transito. Si affolla si svuota come il basso ventre nell’orgasmo. Tempesta e quiete. Croce e delizia, diceva lei. Silenzio silenzio silenzio.

Il neon starnazza frenetico il frigo fa un ronzio dall’altra stanza ma si sente anche qui. Ci sono dopo tutto dei rumori persino nella stasi placida. Che questa sia atarassia? Che questa sia inaspettata ascesi? Un prudere di gambe, un pulsare di ginocchia che scricchiolano geometriche. Il mio corpo ha fame di succhi gastrici. Abbeverati corpo dei tuoi succhi gastrici. Placa ogni desiderio, placa ogni fruscio. Addentrati nelle tue viscere. Ne uscirai rinato.
Ho le pulsazioni che vanno a mille la mia voce ha potere. La mia voce mi tiene i polsi la mia voce mi fa fremere tutto – voce alzati, voce esaudiscimi le paure. Voce annienta l’essenza dei muri, travalica ogni confine. Voce esplodi nel sole, inghiotti la terra, sconquassa il passo dell’uomo. Ribaltami l’anima a gambe aperte, vomitati fuori dalla mia bocca e penetrami con le tue potenti vibrazioni. Io ti desidero.

C’è un incedere guizzante in sottofondo. La mia palpebra si muove a scatti, spasmodici. Pausa tensione ten tensione pausa tensio tensione ten pausa pausa. L’occhio ritorna al triste nulla. Immobilità nella stanza. Sempre lo stesso soffitto mi fa impazzire cazzo non lo voglio vedere cazzo che muro orrendo ingiallito dal tempo e ho smesso anche di fumare ma il giallo resta il giallo rimane si infilza nelle crepe un soffitto disgustoso. Voglio uscire, porco cazzo me ne voglio andare.

Dove sei anima contorta? Dove sei respiro falciato a mezzo? Io vi ho voluto come una madre, vi ho accarezzati mentre crescevate nel mio grembo. Sono stata la troia gravida. Sono stata la puttana del paese. Non è servito a niente se adesso in questo letto voi languite, voi vi estinguete nei fumi dell’allucinazione. Ho visto morire tanti figli e ancora non riesco a credere alla morte. Io per forza devo essere immortale. Io per forza non posso finire. È del tutto innaturale. Qualcuno mi porti via. Qualcuno mi spenga la luce dagli occhi. Voglio morire nichilista, voglio non crederci fino a quando sarà passato.
Morire incredula, o non morire affatto.

Sono giorni che latito in questo buio. C’era un mondo fuori. Non lo ricordo. C’erano colori, c’erano c’erano fiori. Ci dovevano essere uomini belli, ragazzine graziose. Non lo ricordo. Di sicuro c’erano canzoni ma i toni svaniscono ma i toni non stanno, ma i toni ma i toni (…) tutto fugge da me come un pianto. Ricamo lacrime con pulviscoli di polvere. Le mie unghie sono elettroni luminosi, rischiarano le particelle in aria. Tutto fosforesce. Tutto fuoriesce dai contorni. Ci sono cose che non si possono dire, eppure. Eppure posso disegnare intere atmosfere con solo parole. La mia stanza bianca, il muro orrendo, si accalcano di spettri, si accalcano di costumi grottescamente carnevaleschi. Tutto il mondo rigira al contrario. Cammino sul soffitto a testa in giù. Mamma, dove sono finita? Mamma dove sei andata tu?

Mia madre è assente, mia madre è la figlia che ho visto morire. Mia madre non percepisce il buio il caldo l’afa agghiacciante di questa stanza. Camera ardente. Mia madre è (…). Mancanza. Non ci sono più parole rimaste nei cassetti per (…). Non ci sono modi non ci sono tempi se non presenti. Non riesco a declinare il mio presente. Io mia madre io (…). Mamma dove ti sei messa? Non si può declinare il dolore. Non si può declinare l’amore. Mamma io (…). Su questo letto sto irrigidita come un tronco buttato all’acqua di un torrente. Maledetto presente che mi calpesti la faccia. Maledetto verbo morto. Mamma (…). Non riesco a mettere senso in un punto.

Sudore sulla pelle come bolle di sapone luccicanti. Ingannevoli bagliori contundenti. Come mi pesate sulla fronte che brucia. Come calcate il passo impietose. Piccole bolle lucenti. Non è in voi nessun ritorno. Pungete come aghi e non pensate alle destinazioni. State anche voi, come i muri. State come l’aria che quasi solleva la polvere. La folgorazione elettrica di un fon nell’acqua. Il vostro cortocircuito mi dibatte le braccia e la testa e il collo e persino la lingua sui denti. Dibatte come un pesce cavato fuori dal mare, la pupilla dall’orbita, il piede dalla scarpa. Giaccio irrigidita e nuda ma con la coda di un occhio vedo ai miei piedi uno strazio di scarpe rosse laccate.

Le scarpe rosso sangue di mia madre.

 

 

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