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Fantasticu puzone. O di come la tradizione orale sconfisse la censura del potere PDF Stampa E-mail
Scritto da simone olla   
Giovedì 13 Ottobre 2011 00:00


personaggi
Popolo di Bachis
Anna Vincenza
Messaggero
Bachis Sulis



PARTE I
auto da fe', e il popolo prese voce


Anna Vincenza La venditrice di orbace teneva il rotolo sotto il braccio, o sulla testa in equilibrio, e scalza fino al paese si faceva accompagnare da una giovane nipote col velo bianco in testa. Mi ha detto di essersi stancata di vendere orbace sul sagrato della chiesa, che se qualcuno necessita di tappeti, coperte o giacche andrà a prenderseli direttamente a casa sua.
La signora di Sorgono arrivò con le scarpe, annunciata due giorni prima da una cugina studiata che avrebbe tradotto per lei; dentro la casa rassettata e pulita per l'occasione la signora passava la mano sui tessuti allungati chiedendo in italiano come mai la venditrice di orbace non usasse colori più accesi: da Cagliari ho sentito dire che stanno arrivando nuovi colori e tappeti addirittura lavorati con le macchine automatiche! Voi lavorate col telaio, vero? è possibile vederlo a lavoro? Ohi, che fatica dev'essere; e poi dovete pure venderla la vostra fatica! I preti e i signori vi aiuteranno di certo, quello che non manca nelle case di preti e signori sono i tappeti di orbace. Quanti ne ho visti...

Popolo di Bachis A Sorgono invece non mancano le nascite – numerose pro sa falsa nobilesa!

Anna Vincenza Chi ha parlato? Chi ha parlato?

Popolo di Bachis Supplicare un giudice per potersi ancora firmare cavalieri, per vedersi riconosciuti tributi e salari, per poter imbandire venti piatti in tavola, perché possa la signora di Sorgono andare sempre in portantina; la scarpa stretta, poverina, la fa zoppicare, le pietre pungono troppo e non può camminare.

Anna Vincenza Smettetela!

Popolo di Bachis La signora di Sorgono non conosce i puntoni filati sulla base, la ricognizione col martello, la preghiera pagana che i vangeli si sono presi; aspetta che la vita se la prenda come ha fatto con il padre scalpellino e cacciatore di teste, con il nonno boscaiolo, Antonio bandito di terre, Ignazio lo spagnolo cavaliere, Francesco sacerdote di donne, Clemente Girona ultimo dei buoni, Artemio il cancelliere e giù giù fino ai Palizzi signori di Borgogna: a questi bastava il nome sulle carte, un paese col nome di famiglia, bastava avere e non vedevano mai il miracolo ripetersi, il miracolo della pietra sotto il sole nel ventuno di ogni giugno dalla notte dei tempi. A questi di oggi lo stesso, basta il nome sulle carte. (pausa) Per una sola lettera, il vassallo fa giorni di strada a piedi, senza esser pagato, mezzo scalzo e svestito, esposto ad ogni inclemenza del tempo. Eppure ha pazienza. Eppure deve star zitto. Lavorano gli abitanti dei villaggi, lavorano per mantenere in città questi cavalli da stalla, questi cavalieri. E noi, popolo di Bachis, a dispetto di qualunque decisione della legge civile, noi ancora vi riconosciamo il titolo di cavalieri.

Anna Vincenza Smettetela!

Popolo di Bachis Sì. Noi, Popolo di Bachis, visto coi nostri occhi quanto figlino le vostre signore – e quanto figliano, signori! – coi nostri occhi vista questa prole numerosa che strilla le strade di Sorgono vi riconosciamo ancora il titolo di cavalieri, sì, cavalieri di braghetta!

[coro]

Popolo di Bachis Salivano le voci della piazza in attesa, e di tanto in tanto, dalla strada riempita fino al portone del palazzo un verso del poeta diventava un'ottava da richiamare alla memoria, da ricordare e cantare sì ché le file di preti nella sala del dibattimento provassero un brivido lungo le gambe; anche le mangiatrici di rosari, sedute su cuscini di velluto accanto ai preti e ai fedeli più fedeli, aspettavano che l fuoco di quei fogli silenziasse la parola, che il fuoco – per mai più bruciare sulla bocca – facesse di cenere le parole del poeta morto, Bachis.
Anna Vincenza, non ti asporteremo il petto mediante tenaglie e lame roventi perché l'unica tua colpa era di conservare in casa un blasfemo zibaldone; entra pure Anna Vincenza, mettiti comoda, seduta: nella sala del dibattimento la vergogna brucerà senza clamore né umane grida, la croce verde siede già accanto alla croce nera, e nessun avviso pubblico è stato declamato coi tamburi, come promesso: auto da fe.
Brucia, bruciate, devi bruciarli tutti Anna Vincenza!
Brava, salvati anche tu, monachella: a sera, andremo giù fino al palazzo senza gli occhi di tuo fratello  che parlano.

Anna Vincenza Le pianteranno una bandiera sulla fronte sì che possa sventolarsi meglio, monachella!

Popolo di Bachis Il braciere, uno per uno, si prese i fogli autografi di Bachis per mano di sua sorella Anna Vincenza, consegnando alla memoria del popolo questo fantasticu puzone: le case ogni giorno presero voce a ricordare la nobilesa di Sorgono, le strade che salgono non erano cambiate e il popolo di Bachis tramava mosaici di parole sull'ordito ereditato: il verso entrava nell'orecchio e si attaccava alla memoria e gocciolava di tanto in tanto fino allo stomaco attraversando il cuore; c'era chi cantava una strofa o un componimento tutto intero, chi ricordava i suoi capelli e il viso pulito, le sue vesti e il suo cavallo.
Ascoltare e trascrivere fu il mosaico che consegnammo alle nostre genti.

[coro]
Imbiami, culumba, un'imbasciada

Anna Vincenza Is Álinos non era così come la vedete, non c'era la strada larga per il carro – giusto un cavallo o un mulo riuscivano ad arrampicarsi fino alla fonte – e il noccioleto era una distesa di alberi a protezione dell'acqua, un comodo riparo
dove ricordare
uno per uno
i fogli di Bachis
bruciati.

Popolo di Bachis Credevi, Anna Vincenza, che bastasse bruciare i fogli scritti che tuo fratello conservava ordinati; credevi che bastasse pentimento pubblico davanti ai rappresentanti di dio che ti avevano promesso salvezza per l'anima, e riconoscenza; credevi che bastasse questo per impedire suono e memoria alle parole di Bachis? consegnasti a tanti la parola di uno, sulle bocche delle nostre genti esplosero singolari narrazioni, bruciò ogni giorno il malcostume del potere, ogni giorno buttato su questa terra il popolo condusse al di là il nome di Fra Didos derubato: trans-dùcere, al di là/condurre; o tradurre la seconda grassazione di Fra Didos, s'orrobatoriu:

Messaggero Dae sos males nessunu s’incurat,
bastat chi hapat ite mandigare.
Torramus a su primu faeddare
Comente si dêt fagher pro sa fura:
a la 'ettare a Gadone est locura
e a Seulu non benit a pare,
a la pagare Aritzo non si conte(t),
ca no obbligat sa idda 'e su monte.

Anna Vincenza Dei mali, quindi, non si preoccupa nessuno; basta vi sia da mangiare ogni giorno, con la porta chiusa ché non si veda la tavola né si sentano i piatti fueddare:
come rimediare al furto subito da Fra Didos?
dare le colpe a quelli di Gadoni è da sciocchi,
imputare quelli di Seulo non è conveniente,
farlo pagare ad Aritzo, manco a pensarci,
perché non è obbligatorio tirare sempre in ballo i paesi della montagna!
Anche i paesi della montagna sono protetti dalla legge civile, dunque si scriva con severo rigore a quell'ufficio importante di Oristano – non c’è altra soluzione – per sapere a chi spetta il diritto di lanciare la scomunica maggiore così da rimediare danni e disonore: il diritto sarà prontamente ristabilito se certe persone verranno scomunicate; presto arriverà un sollecito provvedimento da parte del monsignore o di qualche vicario, e nessuno oserà opporsi. Fra Didos, nel frattempo, chiami a raccolta il popolo di Bachis e con pazienza fornisca un inventario degli oggetti meravigliosi di cui è stato derubato.

[coro]
ballo

Popolo di Bachis
Un cestello e un cavagnolo, un tocco di grasso quasi asciutto, un favo di cera con la covata delle api e due ossi enormi col midollo. Due ossi con due stinchi, un sonaglio ed un campanaccio, una scodella per preparare la morchia, un piatto e due catini a bacinella, una bottiglia con due barilotti di legno, due recipienti con ritagli di suola, una casseruola ben stagnata e un vaso di terracotta con una pentola. Una pentola con due ramaioli, un tegame con una zuppiera insieme alla borsa per spremere la cera, un secchio di sughero con chiodi e bullette, un cucchiaio con due forchette, un sacco di pelle con corna di bestie selvatiche, una saliera col corno dell’esca dell’acciarino e scampoli di cenci di ogni qualità, uno scalpello ed un contenitore di corno pieno di tabacco, una bisaccina e una coperta d’orbace ed un orciolo, lo starello di misura, un cannello insieme con la pipa, un ceppo, un piccolo moggio.

Anna Vincenza Un piccolo moggio, sì, e un bacino di terracotta, un orinale grande, una caldaia di rame, una pietra focaia e un acciarino, succo di dittinella pestata per la tintura, una pagnotta grande ed una piccola, una grande focaccia di cruschello, un treppiede di pietra ed un grande corno pieno di salamoia.

Popolo di Bachis Un corno pieno di sale fino gli hanno rubato insieme alla fiaschetta della polvere da sparo, la bottoniera della braghetta, un morso e una cavezza; un gatto striato e triste gli è mancato e ancora lo aspetta: una fettuccia e un nastro di fioretto e l’archibugio con una pistola.

Anna Vincenza
Insieme alla pistola un coltellaccio, ed un laccio con una fune, una bella matassa di spago, filo di lana con filo di lino, tutto il vinello insieme al vino – non vi sembri cosa da poco l’insulto! Gli hanno rubato altro ancora, uno spiedo di ferro e uno di legno con il boccale rustico chiaro; per queste perdite è svenuto – e anche per l’amore di certe ragazze... Inoltre gli han portato via la penna ed il calamaio col grande diploma di apicultore. Gli han rubato la penna e i manoscritti; tutto gli hanno spazzato via in un attimo, una graticola ed un pentolino, martello con tenaglie e altri arnesi, uno scacciapensieri e due forbici, un coltellaccio che aveva la costola e cavoli e fagioli e zucche e pomodori e cipolle e ravanelli.

Popolo di Bachis Procediamo adagio per non fare errore, piano piano, senza fretta: non abbiamo elencato la ricotta e il formaggio, né altre cose di valore mancate in casa di Fra Didos: una tovaglia ed un fazzoletto, una metadella che misura a raso, una grattugia, una padella col coltello senza guaina per smielare.

Anna Vincenza Questo coltello con un temperino e un archetto tutto rugginoso non lo abbiamo elencato insieme alla scure e nemmeno la zappa con la roncola, né le pere sciroppate né la frutta appesa: di queste cose non ne abbiamo trattato; gli hanno rubato poi dalla sua cassapanca un grande frullino di corbezzolo.

Popolo di Bachis
Un grande frullino ed un punteruolo gli hanno portato via da dentro la cassa, una bottiglietta ed una tazza, una correggia ed un correggiolo, una tazza di corno per bere il siero di latte, castagne e pere secche ed uva passa, un recipiente di sapa rappresa ed una grossa mela ormai marcia. Una mela con tante marzole, una fibbia con un succhiello, minestra di fregola pronta per il pranzo e due bollettini di asinelli, quattro semi secchi di pesca, un barattolo pieno di medicinali, un barilotto pieno di medicinali usato in piazza durante i balli ed anche tre almanacchi di Chiaravalle.

Anna Vincenza Tre almanacchi ed un tagliere sono mancati da questo posto: un falcetto ed un potatoio, uno specchio con un polverino, il pettine ed il rasoio da barbiere, una falce con un bidente, anche un ventilabro di sughero ed un grande uncino per cogliere i fichi. Beati! Faranno una pasqua allegra quelli che si sono impadroniti di questi oggetti!
Hanno dimenticato, nella dispensa, soltanto la botte ed il torchio delle vinacce.

Popolo di Bachis Ci sono tante case in paese dove rubare tappeti e gioielli e coperte che in città, a vendersi, valgono la dote per quattro figlie femmine belle e poi ricche da sposare; tante ce ne sono di queste case di signori che non conoscono il tempo per l'orditura e il tappeto lo comprano già pronto.
A Fra Didos gli è rimasta una botte ed un torchio delle vinacce.
Così hanno ridotto Fra Didos quelli che non hanno il senso dell'onore. Questi tali saranno scomunicati con tutta la loro genìa, perché ci vorrà tempo e spesa per rifare nuovamente questi oggetti.

Anna Vincenza Fra Didos, nel frattempo, chiami a raccolta il popolo di Bachis e con pazienza fornisca un inventario degli oggetti meravigliosi di cui è stato derubato.

[coro]


PARTE II
La composizione: chi era Bachis?


Popolo di Bachis Era ricambiato l'amore di Bachis, e i familiari di lei approvarono l'unione senza riserve. Non passava giorno – in quel principio d'anno, era il 1818 – che Bachis non si trovasse a passeggiare per Aritzo col suo amico Angelo Francesco Balestrieri – zio dell'amata Maria Giua – e a discorrere con lui dei preparativi per il fidanzamento.

Anna Vincenza Non parlava di queste cose. Non a me.

Popolo di Bachis Maria Giua era figlia del Delegato di Giustizia Antonio Giuseppe Giua, inviato in paese perché furti e ammazzamenti fossero giudicati da una legge civile, quella sabauda, uguale per Cagliari e Torino.

Anna Vincenza Smettere il nostro codice, quindi, e affidare il giudizio dell'offesa a una legge civile; indossare la giustizia e la vendetta manco nominarla. (sorpresa) E poi non è di questa terra giudicare i vivi e i morti...

Popolo di Bachis Ma un colpo di fucile, uno solo, sparse sui gradini del paese i sospetti di una vecchia disamistade. Bachis, quel giorno, era a passeggio col suo amico tempiese nelle vicinanze dell'abitazione di Gusino Caocci, vittima di vetri rotti e piombo conficcati su tutto il corpo.
E non fu Bachis a sparare!

Anna Vincenza Mai il Delegato di Giustizia Antonio Giuseppe Giua – padre dell'amata di mio fratello – pronunciò queste parole: Non fu Bachis a sparare.
Mai pronunciò queste parole!

Popolo di Bachis Bachis sperava che la condanna non arrivasse, che il Delegato di Giustizia padre di Maria Giua sua futura sposa pronunciasse, in sede di legge civile, le giuste parole che avrebbero lavato le accuse rivoltegli; attese invano d'essere raggiunto dalla novella lieta – a scuola, in casa, per le strade del paese; durante le passeggiate con l'amico tempiese cercava gli occhi e le parole delle sue genti.

Anna Vincenza Bachis non era uomo di vendetta.

Messaggero Mal’hapat sa vida mia,
totu tribolazione,
in continu afflizione
mi la passo e in agonia:
sorte ingrata e tirania
mi persighit fittianu;
est pro cussu chi so canu
in sa menzus pizzinnia.

Bachis Sulis Il primo giovedì di carnevale gli sposi promessi annunciano pubblicamente la loro unione sfilando a cavallo per le strade del paese e ricevendo frittelle e fiori da ogni casa: sa meri manna e sa merixedda le ho viste che sorridevano alla vista della tua camicia di merletti e filigrane; eri bella in sogno, Maria Giua, venivi a trovarmi e non parlavi mai. Che fossi libero di camminare fra le mie genti, con te, o fossi nascosto tra le fronde di un albero, dentro la macchia, non parlavi mai – ojos de incanto.
Ti dicevo che sarei tornato, ogni giorno mi dicevo che sarei tornato; ma quando tornai...

[coro]
Ojos de incanto

Anna Vincenza Nel libro dei battesimi di Aritzo – libro numero 7 anni 1792-1804, consultabile presso la curia arcivescovile di Oristano – un ufficiale del reggimento di mercenari di stanza in Barbagia in quegli anni, Giacomo Schind, è indicato come padrino di Baquis Maria Raffael Agustin Sulis-Aru, o semplicemente Bachis.

Popolo di Bachis Fu maestro di scuola per tre anni, il mio maestro; poi dovette scappare, lo sapete. E la notte che prese il bosco ce la raccontò la mattina a scuola, ci disse che il giorno appresso sarebbe stato lontano dal paese, che non sarebbe più stato il nostro maestro, ma aveva trovato uno che lo sostituiva; avremmo ancora letto e scritto in limba perché il maestro che prese il posto di Bachis pure lui si dedicava alla trascrizione del sardo: dattilografare l'orale, e inventare.

Anna Vincenza La notte scese in fretta quel giorno, fredda e con qualche fiocco di neve; il paese in silenzio aspettava uno sparo lontano, poi un altro e un altro ancora: le tre fucilate che Bachis esplose in aria rassicurarono le genti care al poeta e spensero (tutte) le luci di Aritzo e dei paesi vicini: bandidu currelladu e persighidu, Bachis Sulis, uno del bosco a ventitré anni, coi capelli già bianchi e in tasca una lista di nomi, persone da incontrare che l'avrebbero aiutato.

Messaggero Barigada si ch’est s’istella mia,
pro cussu s’est su logu iscurigadu,
su crudele destinu mi hat privadu
in s’annu vinti sette s’allegria!

Bachis Sulis Vestiti di de profundis diranno che ogni processo a cui si è sottoposti è un processo alla propria vita, e ogni condanna è una condanna a morte. […] Non c'è più posto fra le mie genti le cui vite sono intessute di legge civile, non potranno accogliermi più queste salite, le mie gambe più non potranno riposarsi al riparo di noccioli e castagni, e la mia bocca se ad Is Alinos fonte ancora berrà, dovrà farlo in fretta e con attenzione, per poi tornare alla mia nuova casa, Natura, le cui valli mi nasconderanno assieme ai giusti e ai malfattori: saranno boschi di stelle appese alla volta del cielo per non inciampare nelle tenebre, e pioggia forte a cancellare le impronte per non essere raggiunto,
braccato,
a morte.

[coro]
Barigada si ch’est s’istella mia


Bachis Sulis Anna Vincenza, c'è un popolo che porta il nostro nome percorrendo viottoli che salgono dove finestre aperte l’una dall’altra un metro s’ignorano informandosi: è morto, andiamo. E quindi campane suonate a lutto e tirate ché si sentano fino alle case nuove dopo il fiume. E quindi fazzoletti neri per le donne che scendono i gradini della pietra-casa. E quindi uomini che arredano, ultimi muti delle arsose erbacce estive, gialle. Aritzo è in lutto, corno ultimato di una terra di confine, confine di terra prima che di Stato, omertosa fine di un figlio che di questo sputo di pietre scavate s’è preso il cognome.


PARTE III
Peppino a ricordare, a tramandare

[da fare]

[…]

 

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