Home [ modi verbosi ] [ del 2011 ] due domande ad Alessandro De Roma
due domande ad Alessandro De Roma PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandro De Roma   
Martedì 18 Ottobre 2011 00:00


Carlo Schiavo
: sono rimasto impressionato dall'alto numero di rimandi e di citazioni presenti nel tuo secondo romanzo, "La fine dei giorni": da classici come Il mondo nuovo di Huxley a film horror di zombie e simili (qui la lista potrebbe essere lunga, e magari determinata anche da semplici suggestioni).
Qual è il tuo rapporto con questi generi? e cosa ne pensi de "L'uomo verticale" di Davide Longo, romanzo uscito due anni dopo il tuo e con una tematica molto simile? per quale motivo, rispetto a lui, hai scelto descrizioni meno mediate e ricalcanti in maniera più scoperta la realtà sociale italiana?

Alessandro De Roma: Ho amato la fantascienza fin da ragazzo, anche se alle astronavi e ai viaggi interstellari ho sempre preferito le distopie alla Orwell. Orwell è in effetti uno dei miei scrittori preferiti (mi piacciono moltissimo anche i suoi romanzi considerati minori e i suoi scritti autobiografici). Mi piace molto anche Ballard e da ragazzo mi sono molto appassionato alla serie dei romanzi di "Dune" di Frank Herbert. Dino Buzzati è uno dei miei scrittori italiani preferiti e anche lui ha in un certo senso a che fare con il genere (quanto meno con il fantastico). Appartengo a una generazione che è cresciuta con miti televisivi come Actarus, Spazio 1999 e il doctor Who.
I riferimenti che si trovano ne "La fine dei giorni" sono espliciti e quasi mai casuali. Huxley era un riferimento inevitabile per il tipo di romanzo che stavo scrivendo, non potevo ignorarlo (anche se Brave new world è un libro che mi ha sempre lasciato un po’ perplesso), ma il riferimento costante è soprattutto a “1984” (anche nella forma, che è quella del diario) e al grandissimo Kafka. Non ho ancora letto il libro di Longo, del quale ho però sentito parlare molto bene. Il mio Giovanni Ceresa è un fragile eroe italiano e volevo fosse chiaramente italiano perché considero questo libro un libro politico, nel senso che parla dell’Italia di oggi e della sua classe politica (anche se non nomino nessun politico italiano). È un libro militante ed è nato proprio con l’intenzione di esserlo; mi è anzi spiaciuto molto che questo suo aspetto sia spesso passato in secondo piano: oggi per me la rivoluzione politica va fatta nel nostro paese innanzitutto contro il vizio del dimenticare, dell’appiattire, del rendere tutto uguale. È l’aspetto che detesto di più dell’Italia nella quale viviamo: è difficilissimo dire qualcosa eppure mantenere una dignità, partecipare al dibattito pubblico senza farsi assorbire dai modi volgari che determinano oggi l’ascesa al successo e alla popolarità. Ogni partecipazione diventa chiasso e lotta per la vittoria. Il mio è un libro nel quale l’unica lotta possibile è l’ultima disperata fuga dalla demenza attraverso la scrittura. La forza è nel raccoglimento. La demenza che mi minaccia è innanzitutto la mia demenza di autore  e di italiano che ha armi impari alla sfida che ha intrapreso, ma che non può rinunciare. In questo senso “La fine dei giorni” e “Quando tutto tace” sono due libri molto vicini: anche se appartengono a generi molto diversi, parlano entrambi della difficoltà di non essere risucchiati dal peggio del nostro paese.

Carlo Schiavo: Hai scritto il primo romanzo, Vita e morte di Ludovico Lauter (che a mio parere resta insuperato) a 35-36 anni, non più giovanissimo (lo afferma uno che ne compirà 37 fra qualche giorno). E in effetti dietro so nota una erudizione vasta, una preparazione sicura. per esempio, ho apprezzato molto, fra le altre cose, l'appunto neanche tanto velato a un determinato tipo di critica: "si cominciò a biasimare [...] l'isteria di massa, la fuga in una realtà parallela e il conseguente abbandono delle tematiche civili che, invece, dovevano essere al centro della letteratura di un paese democratico. Si diceva: a che cosa serve un libro come questo?".
Vuoi approfondire un po' questo punto, che peraltro si ripresenta nel tuo ultimo libro, "Quando tutto tace"?

Alessandro De Roma: È sempre molto difficile dire a che cosa serve un libro. Io stesso vorrei saperlo. Forse per questo i miei libri sono pieni della domanda “a cosa serve questo libro?”. So che li devo scrivere  e li scrivo, e mi rendo conto che mentre li scrivo è inevitabile per me mostrare una posizione precisa sul paese nel quale vivo e sul mondo culturale che ha prodotto. In questo senso “Il primo passo nel bosco” è senza dubbio, tra i libri che ho scritto, il ritratto più diretto dell’Italia del nostro tempo.
Il più carnale e riconoscibile, pur nel suo tono quasi metafisico. L’Italia è lì uno “scoglio fiorito” nel quale, sotto la finzione di una perfetta armonia da buon vicinato, si combatte la più crudele guerra delle generazioni e  degli interessi.
“Quando tutto tace” invece è un libro che in un certo senso si prefigge di raccontare la decadenza culturale dell’Italia attraverso la storia della televisione (e il modo in cui nutre, fa crescere e poi distrugge un uomo, Nello Bruni, dagli anni cinquanta fino ai nostri giorni). L’Italia diventa un brutto romanzo dal quale non c’è salvezza, se non nella conquista di un linguaggio nuovo, più puro, di nuovo credibile. Ma il viaggio è duro e disperato, perché Nello Bruni non è mai certo di essere ridiventato un uomo e di non esser più il volgare personaggio che era all’inizio del libro.
Nel caso di “Vita e morte di Ludovico Lauter” il discorso è più complesso perché si tratta anche di un libro sul senso della letteratura e sul suo rapporto con la menzogna. Metto in scena uno scrittore narcisista e disposto a tutto per il successo, un altro scrittore che vive nascosto e ritirato nel suo dolore e infine un terzo scrittore, mediocre e insulso. Sono io, diviso in tre. Ognuno dei tre vive attraverso l’altro e ne ha bisogno per esistere: si scrive nel dolore, si osa attraverso il narcisismo, si produce faticando ogni giorno come si può (si media la natura autentica e sofferente, con quella istrionica e ambiziosa). E la menzogna che ne scaturisce diventa inaspettatamente un’occasione per essere migliori. Ma questo è un libro che, pur avendo scritto in pochi mesi, ho maturato per anni e si può leggere in vari modi perché è assai stratificato: è anche una mia autobiografia (ma questo è l’aspetto meno interessante per il lettore), è un omaggio a Elsa Morante e Thomas Mann (altri due miei grandi miti letterari) e al grande saggio di Blanchot sullo spazio letterario. È in effetti un libro sull’importanza della letteratura nella vita delle persone (nella mia in particolare) e di un paese. Ed è anche un’indagine sul mistero che è racchiuso nell’oggetto libro una volta che, da fumosa creazione fantastica, assume la consistenza di un romanzo (la più solida fra le entità effimere).
In conclusione non so a cosa serve un romanzo, ma so che vorrei vivere in un paese e in un mondo migliore (un luogo migliore) e che quando scrivo mi pare a volte di ritrovarmi sulla strada che porta a quel luogo migliore, anche se basta anche solo distogliere lo sguardo un attimo per dubitarne irrimediabilmente. Non potrei fare lo scrittore se non oscillassi continuamente tra il dubbio di essere al tempo stesso il migliore  e il peggiore degli uomini e di dovermi salvare da questa follia.

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner