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due modi diversi di rapportarsi a una cosa che si rompe PDF Stampa E-mail
Scritto da simone rossi   
Giovedì 15 Settembre 2011 00:00

 

where’s New England in my life?
it’s only colder when you sleep alone
pink chimneys in Maine couldn’t keep me away
they couldn’t keep me away


simone rossi, croccantissimaSì, è la sveglia del cellulare, non so come sia successo. Tutto il resto funziona: chiamate, messaggi, calcolatrice, fa anche le foto, però la sveglia non riesco più a farla suonare. Anche se lo metto in modalità Normale – uso solo due modalità, Normale e Riunione – che sarebbe come dire silenzioso, non è che faccia tutte queste riunioni – anche se lo metto in modalità Normale, a volume alto, la sveglia non suona. Non è una metafora per dire che sono una simpatica dormigliona e non sento la sveglia: no, magari il cellulare vibra, non lo so. Sì, vibra. Però non suona. Una volta ho provato a dormire con il telefono in modalità Riunione sotto al cuscino e la mattina dopo in effetti ha vibrato, una vibrazione morbida sotto la nuca e non mi sono svegliata. La volta dopo ho provato a lasciare il cellulare sul comodino di fianco al letto, sempre in modalità Riunione: speravo che il rumore sul legno mi avrebbe svegliato, ma non mi sono svegliata.
Un’altra volta bla bla bla Quando una cosa si rompe, o inizia a rompersi, si può reagire in due modi: ci sono quelli che la portano subito ad aggiustare e quelli che invece aspettano che si rompa del tutto: la compreranno nuova quando la vecchia sarà da buttare via. Intanto aspettano, stanno lì con la bacinella sotto al rubinetto, cercano di usarla poco, provano a mettere via un po’ di soldi e non ci riescono mai, magari si guardano un po’ intorno, aspettano il momento buono in cui la cosa vecchia è proprio distrutta e la cosa nuova non costa poi così tanto; allora buttano la vecchia e comprano la nuova; o magari la vecchia non la buttano neanche, la tengono lì a prendere polvere, nostalgici, pigri; usano la nuova e non si disfano della vecchia, ogni tanto magari ci fanno un giro, ma sempre meno.
Una cosa che si rompe è la salute fisica, per non parlare di quella mentale, ma parliamo di quella fisica: ci sono persone che vanno dal dottore al primo dolorino, si dice così, e altre che invece aspettano di non riuscire più a respirare. Una stessa persona – Marta – può trattare diversamente le cose che si rompono e il suo corpo che decade: Marta può fare scempio del suo corpo e avere cura della sua automobile, o essere una salutista integralista circondata da elettrodomestici scassati, o una qualsiasi delle combinazioni possibili, non importa, dice Marta, generalizzare è sbagliato, la formula Quelli che è logora dalla nascita, o forse dalla canzone, dalla trasmissione televisiva, si dice per far ridere, per giocare, per capirsi alla svelta, è come dire Sorge il sole quando sappiamo tutti che non è così. Non posso parlare per categorie, per Quelli che.
Io sono una di quelle che le cose le lasciano rompere completamente e poi le comprano nuove, ma non sono l’unica, e non è un atteggiamento che consiglierei, ma non è nemmeno un atteggiamento che condannerei, fate voi, davvero; io le cose le guardo rompersi senza intervenire, anzi, non è corretto: le guardo rompersi senza far intervenire nessuno, perché le piccole manutenzioni affettive a trent’anni le sanno fare tutti, certo che questa immagine funziona anche con i rapporti affettivi, i rapporti di coppia, i rapporti tra amiche: conosco coppie che sono state insieme cinque sei dieci anni senza litigare neanche una volta e poi al primo litigio un po’ serio – cose di soldi – si sono lasciate; altre coppie che litigano in continuazione e in continuazione fanno la pace, come i miei genitori: si rompono spesso e si portano spesso in riparazione, ormai il dottore li conosce, anche il tecnico, se mio padre si rompe i coglioni può andare dal tecnico e farsi dare un paio di coglioni sostitutivi, no, questa immagine non funziona, comunque si sarà capito cosa voglio dire: ci sono due modi diversi di rapportarsi a una cosa che si rompe e Marta è povera e pigra.
Il terzo modo sarebbe comprarsi una radiosveglia, uno di quegli oggettini da ventinove euro e novanta che invece di fare bip bip si accendono su una frequenza che sceglie Marta, probabilmente Radio Tre, solo che su Radio Tre la mattina c’è la musica classica o la gente che parla, due cose che non la sveglieranno mai, ma non vuole nemmeno sentire le altre radio in cui ci sono quelli che urlano e cercano di fare i simpaticoni e non fanno ridere nessuno, io non rido, Marta non ride, quella gente non la vogliamo sentire.
L’idea di andare a comprarsi una radiosveglia, entrare in un negozio di elettrodomestici e dire al commesso Salve, vorrei una radiosveglia, ma non con la radio, sa, la mattina non ho voglia di ascoltare la gente che parla o la gente che urla o Brahms, no, vorrei una di quelle radiosveglie con il cd, o l’mp3, un coso che inizi a suonare la musica che decido io, all’ora che decido io, sa, nel cellulare non mi funziona più la sveglia.
Certo, le direbbe il commesso – ha già capito dopo tre parole, però la lascia parlare, lo pagano apposta – certo, direbbe, abbiamo diversi modelli. Potrei comprarmi una radiosveglia con il cd o l’mp3 e risolvere finalmente questa faccenda, pensa Marta.
Ma non compro radiosveglie, non porto orologi da polso e non aggiusto cellulari finché non sono rotti del tutto ed è così anche con la mia salute: ho spesso dolorini ovunque e andrò dal dottore solo quando non riuscirò più a respirare, andrò dal dentista solo quando non riuscirò più a masticare.
Allora, nel frattempo, per alzarmi dal letto a un’ora decente la mattina, con un cellulare che non suona e una radiosveglia che non voglio comprare, uso il metodo degli indiani d’America: bevo acqua prima di dormire – tanta acqua, tipo una bottiglia da mezzo litro tutta intera – poi faccio la pipì e vado a dormire, ma in sette otto ore quel mezzo litro d’acqua ritorna su, cioè, scende giù, insomma, mi sveglio: non riesco a rimanere a letto con lo stimolo della pipì, non ci riesce nessuno, magari due minuti sì, però quando mi accorgo che mi scappa e che tutto sommato è mattina, ecco, mi tocca alzarmi dal letto, dormire è bello, fare la pipì è bellissimo. Poi torno in camera e mi stendo, ma sono sveglia, allungo un braccio, accendo lo stereo, faccio ripartire il disco, tre minuti e mi alzo.
La tua inspiegabile attrazione Marta per le canzoni idiote. Strofa ritornello strofa. Il tuo braccio sinistro che non si vergogna a rimettere la numero tre dall’inizio. Strofa ritornello strofa. Ancora: strofa ritornello strofa. Ancora. E poi ancora. Strofa ritornello strofa. La seconda strofa è sempre la migliore: la seconda strofa è il vero ritornello.
La seconda strofa è il vero ritornello perché l’etimologia è una scienza esatta: si chiama ritornello perché ritorna. Ritorna la melodia, è importante la melodia, ma più importanti sono le parole, e la seconda strofa è il momento in cui la melodia perde un po’ della sua importanza: Marta la ascolta con meno attenzione perché la conosce già, è come la strada di casa mia: ogni tanto Marta si sbaglia e guida sovrappensiero e imbocca il vialetto e dice Ma io qui non ci volevo mica venire più. Il cantante della canzone che hai nelle orecchie Marta è furbo e lo sa che la tua attenzione calerà dopo il primo ritornello: si vergogna, il cantante, a ricantare la stessa melodia della prima strofa, e allora fa la mossa, il guizzo, lo scarto, scarto nel senso calcistico di dribbling, il tunnel di una frase precisa e irriverente che si appoggia sulla melodia che hai già sentito, ma ti dice una cosa nuova, o una cosa vecchia in modo nuovo, o una cosa vecchia ma talmente vecchia che non te la ricordavi più, Marta, ti basta una piccola novità, anche finta perché sei disattenta e la seconda strofa uguale e diversa sembra migliore ed è migliore, la seconda strofa è la cosa migliore che può succedere in una canzone con strofa e ritornello.
Poi ci sarebbe il bridge, il ponte di Londra, ma è crollato, my fair lady.
La regione del New England, all’estremo nord est degli Stati Uniti, comprende il Maine, il Rhode Island,  il New Hampshire, il Vermont, il Massachusetts, il Connecticut e il freddo che fa da quando dormo più larga nel nostro letto e nemmeno i comignoli rosa del Maine riescono a tenermi lontana da te. Ogni tanto ci sono canzoni come questa che hai nelle orecchie e rimetti da capo in continuazione, Comignoli Rosa, una canzone americana strana e corta in cui la seconda strofa è uguale alla prima, nella musica e nelle parole, uguale, la seconda che è uguale alla prima che è uguale alla terza, sono tutte uguali le strofe dei comignoli rosa e il cantante dice sempre le stesse tre frasi e il tuo braccio sinistro Marta che non si vergogna e il ritornello ritorna uguale come uguale ritorna la strofa, tutti ritornelli, tutte seconde strofe. Che pace. Che circolarità. Che sicurezza. Riascoltiamola.
Un analista strutturalista ti direbbe che non serve cambiare le parole: è la posizione che determina il valore: se metti un culo su una sedia non succede niente, ma prova a metterlo su un trono e avrai un Re, un Presidente, un Papa. Quando c’è un regicidio o un attentato o un funerale si parla sempre di posizioni vacanti: posti vuoti che stanno lì a predeterminare il valore del prossimo Re o Presidente o Papa. La posizione della seconda strofa è la migliore che si possa occupare in una canzone con strofa e ritornello.
Quella, il bridge, il trono, il ritornello, la posizione vacante di Marta, va bene, va benissimo, siamo capaci tutti ad affermare la nostra diversità in un mondo che ci vuole uniformi: il talento vero è ripetersi ostinatamente uguali proprio là dove tutti si aspettano la variazione, lo scarto, il tunnel. E invece i comignoli rosa vanno su dritti come due binari, però verticali, distinguibili, però uguali.
Our coffe stains and dusty coughing dice poi quel disco lì, le nostre macchie di caffè e la nostra tosse polverosa Marta, coffin vuol dire anche bara.
Tabacco formaggio pomodori insalata zucchero caffè biscotti vino rosso acqua spaghetti uova zucchine: ogni tanto Marta si fa un elenco mentale delle sostanze che ha assunto nelle ultime quindici diciotto ore e sembra sempre una lista della spesa, tipo due tre euro di roba, una volta ha fatto il conto preciso e venivano due euro e settanta. No, non è vero: Marta non ha mai fatto un conto preciso in vita sua.
Due modi diversi di rapportarsi a una cosa che si rompe va avanti già da dieci pagine, Marta non si è ancora alzata dal letto e i modi sono diventati tre. Quello che le succede dopo essersi fatta svegliare dalla pipì è di ritrovarsi un’ora dopo a parcheggiare dietro la stazione, prendere il cappotto dal sedile davanti e la borsa dal sedile dietro, chiudere la macchina, fare dieci passi in direzione del treno, tornare indietro, riaprire la macchina, togliere il frontalino dell’autoradio e nasconderlo sotto al sedile davanti, staccare il telepass dal parabrezza e metterlo dentro al cruscotto, fermarsi un attimo a guardare il porta cd nel sedile dietro, poi prendere il porta cd, aprire il bagagliaio e buttarglielo dentro con gesto stizzito.
Con gesto stizzito chiudo lo sportello e vado a prendere il treno. Sono le dieci, non piove, un caffè l’ho preso a casa e un altro lo prenderò adesso al bar della stazione, anche se il barista mi sta antipatico, non parla mai con nessuno, fa quello che deve fare tra cassa e tabacchi e dice le comande a sua moglie e lei fa i caffè, i cappuccini, i caffè d’orzo, ma non è come nei bar normali dove la pasta te la puoi prendere tu. Fai pure, ti dicono nei bar normali, prendi pure la pasta che ti pare, intanto ti faccio il caffè, il cappuccino, il caffè d’orzo. In stazione no: al bar della stazione la pasta te la danno loro. Gliela devi indicare con il dito sulla bacheca di vetro, Quella lì, dici alla signora, e indichi quella con un po’ più di cioccolato. Al bar della stazione non ti danno mai la pasta con un po’ più di cioccolato. Eh, già, son proprio cose da farci un capitolo. Il problema delle paste al cioccolato nel bar della stazione, avrei potuto chiamarlo così.
Vuoi raccontare cose del genere?
Mi metto a nudo, no?
Una cosa è mettersi a nudo, un’altra è fare vedere le tette.
Due modi diversi di rapportarsi a una cosa che si rompe ci mette dieci pagine a far alzare dal letto una che si sarebbe alzata comunque perché le scappava da pisciare e adesso chiude la macchina e nemmeno quello riesce a farlo bene, torna indietro e controlla di avere chiuso, poi mette il porta cd nel bagagliaio e il frontalino dell’autoradio sotto al sedile del passeggero e il telepass dentro al cruscotto, chiude a chiave, poi col telecomando, controlla, controlla di nuovo, il treno arriverà con un ritardo di quindici minuti e non è ancora successo niente, Trenitalia si scusa per il disagio.
Mentre aspetta il treno Marta fuma una sigaretta, ma non le andava per niente, allora va in bagno a sciacquarsi la bocca, a riempire dal rubinetto la bottiglia da mezzo litro, beve e sputa nel lavandino e si accorge che l’acqua è un po’ rosa.
Marta, hai sputato sangue?
Qué disgusto.

[questo era un capitolo di croccantissima (2011), il nuovo libro di simone rossi
le illustrazioni sono di francesco farabegoli
reso disponibile in e-book da barabba edizioni
per averlo di carta: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ]

 

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