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Notte dell'avvenire [brani] PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Spiga   
Lunedì 18 Luglio 2011 00:00


19/06/63 | Novosibirsk, URSS

 

Gli scienziati la chiamano “fase di controllo termico”, ma è una definizione ipocrita. Per noi piloti è sempre stata e sempre sarà la fase barbecue. A quello stadio dell’operazione, la Vostok 7 aveva ormai sganciato i moduli supplementari e si era ridotta ad una sfera di un diametro poco superio­re ai due metri, con dentro ottocento chili di attrezzatura e quarantotto di essere umano. Secondo le equazioni, quell’enorme pallettone da caccia avrebbe dovuto entrare nell’atmosfera a circa trentamila chilometri all’ora. Ma le equazioni non contemplano che, durante il rientro, i piloti co­minciano a pregare divinità di cui neanche sospettavano l’esistenza, nella speranza che i vari Ivan e Fedor e Lev deputati a spalmare il cemento-amianto dello scudo termico non fossero troppo distratti mentre spennellavano, saldavano e chiacchieravano delle loro Ilana e Irina e Valentina. Ri­ costruisco quei momenti per deduzione, perché il ricordo del mio rientro dall’orbita è, nella più ottimistica delle ipotesi, frammentario. Ricordo le tendine retrattili. Ovviamente, chi ha progettato la Vostok non è un autentico essere umano: è un ingegnere. Solo una specie di perfido androide può montare sugli oblò di una navicella spaziale delle carinissime tendine rosse. In fase barbecue, da quegli oblò non si scorge il panora­ma, ma le fauci dell’Inferno. Vi assicuro che non è facile alzare la mano e chiudere la maledetta tendina quando l’accelerazione gravitazionale ti schiaccia al sedile con la stessa galanteria di un tete-a-tete con un treno merci. I tecnici del comando centrale, che allora era l’O ­ KB-1, mi assicurarono a posteriori che, nonostante il mio evidente stato di shock, abbia compiuto con successo svariate “manovre ipersoniche ad S” per massimizzare l’attrito e decelerare. Chi mi ha vi ­ sto solcare la notte, si sarà di certo stupito di quel ­ la esotica meteora che cadeva a zig-zag. Non è escluso che questa apparizione possa aver instillato in qualcuno dei miei futuri fan, allora bambino, il seme della sua futura paranoia ufologica. Quando i sistemi di pilotaggio tirarono definitiva­ mente le cuoia ed il display davanti a me si tra­ sformò in un caos di luci rosse lampeggianti, mi trovai costretta a sganciare prematuramente il paracadute della Vostok. Dal retro navicella sferica sbocciò un fiore di seta e nylon ultraresistente. Dopo aver planato nel buio per un periodo di tempo indeterminato, sospesa in un non-luogo tra il cielo e la terra, mi schiantai in una foresta di querce ed olmi nei pressi di Novosibirsk. Dopo quasi dieci ore, un gruppo di soldati mi estrasse dall’intrico di lamiere annerite. Secondo i docu­menti secretati dell’OKB-1 che ho avuto modo di consultare, l’operazione di salvataggio procedette a rilento a causa delle lastre metalliche fracassate che mi avevano trafitto l’addome e gli arti. Dovet­tero segarle via con la fiamma ossidrica, lascian­domele conficcate nel corpo il tanto necessario per evitare un completo dissanguamento. Inoltre, scoprii che la navicella si era disintegrata nel campo di patate di un collettivo agrario ed aveva tracciato una striscia di devastazione lunga quasi un chi­lometro. Quand’ero bambina, le strade erano tap ­ pezzate di poster in cui il Compagno Lenin ci incitava a “ARARE PER IL POPOLO!”. Perdonami, compagno, il mio contributo all’agricoltura non è stato costruttivo.
I soldati mi caricarono sul retro di un furgone Kamaz dei bei vecchi tempi andati e guidarono a tavoletta verso il più vicino ospedale militare. Mi dicono che l’unico commento del chirurgo fu un: «La sua situazione è... interessante». Nella mia personale classifica, è l’ultima frase che un medico dovrebbe pronunciare in pubblico, soprattutto quando la sua paziente è conciata come un qua­dro cubista. Avevo un polmone collassato, un buon numero di ossa rotte, abrasioni ed ustioni in tutto il corpo, emorragie interne ed esterne. Ero affamata, disidratata, pesta e macilenta come Ty­gan e Desik, i due cagnolini che furono sparati in volo suborbitale nel ‘51. Desik ebbe la fortuna di essere adottato e rimesso in sesto da un fisico di nome Blagonravov. Nei miei sporadici momenti di lucidità, mi chiesi più volte se anch’io avrei avuto la sua stessa fortuna. Per la cronaca, Tygan ha tirato le cuoia poco dopo l’atterraggio.
I primi veri ricordi risalgono a due o tre settimane dopo il grande BOOM. Al principio, i sogni e le allucinazioni erano inestricabilmente fuse con la realtà: mi sembrò di riemergere dal ventre dell’oceano e ritrovarmi legata mani e piedi ad un letti ­ no metallico. Mi assicurarono che era una misura per la mia sicurezza (dicono tutti così, i bastardi). Non so perché, ma scoppiai a ridere e sputare sangue, o almeno tentai di farlo nei limiti imposti dal ­ la sonda gastrica. Forse avevo realizzato che le mie chance di essere eletta Miss URSS erano andate in fumo insieme alla Vostok 7. Nei giorni suc­cessivi, ripresi coscienza ad intervalli di mezz’ora, per poi sprofondare nuovamente in un sonno si­mile al coma. Passati molti anni, nonostante la mia ricerca scrupolosa, non riuscii a ricostruire tutti i dettagli della mia degenza: molti degli incartamenti relativi e le cartelle cliniche furono di­ strutti in un incendio alla Città delle Stelle. Conoscevo bene l’incuria con cui i faldoni polverosi venivano accatastati negli stanzini del centro Gagarin, in mezzo a fili elettrici scoperti e animaletti d’ogni sorta, quindi il fattaccio non mi colpì più di tanto. Mi rimane solo la memoria, e la memoria è sabbia.
Dopo che la mia situazione clinica si stabilizzò e ripresi a mangiare con le mie forze, ricevetti la mia prima visita. La stanzetta in cui mi avevano chiuso non aveva finestre e, al calare della notte, si tingeva di un nero senza riverberi, ispirandomi un’inquietudine così sottile da essere quasi inco­municabile (non so perchè, ma mi rievocava un film di Tarkovskij). Quando un’infermiera o un dottore spalancavano la porta per controllare la mia situazione, la luce del corridoio li lasciava in controluce e ne distinguevo solo le sagome. Poco oltre la porta, vedevo le spalle dei miei angeli custodi, i due soldati deputati a piantonare la mia sala. Erano ombre sullo sfondo di altre ombre. Ebbene, il primo essere umano ad uscire da quella specie di lanterna magica ed assumere tridimen­sionalità fu un gentiluomo di mezz’età, dalla cor­poratura robusta. Si sedette al mio fianco e posò la sua grossa mano sulla mia. Il suo calore era con­fortante. All’inizio pensai che fosse mio padre, ma scartai subito l’ipotesi come poco plausibile. Difatti, come sospettavo, in quel mentre mio padre spalava carbone in una miniera a qualche chilometro da Rostov e non sapeva nulla del mio esplosivo ritorno nel teatro del mondo.
L’omone appena giunto scambiò qualche parola con un medico, e le formule di cortesia del suo in­terlocutore mi fecero intuire che fosse un membro del Soviet Supremo. Avvicinò il suo volto al mio. Prese tempo, come se stesse cercando le parole giuste in una foresta di frasi fatte e paroline di circostanza. Percepivo il suo imbarazzo e la sua pena. Infine, mi disse solamente: «La tua è una posizione tra le più precarie. Per proteggere coloro che ami, Liza, dovrai mentire. Dovrai trovare la forza necessaria per mentire all’Unione Sovietica.» Ci volle un bel pezzo perché il raschiare della mia gola divenisse una frase articolata, tant’è che l’uomo si dovette chinare e quasi sfiorare le mie lab­bra con l’orecchio. Sussurrai: «Ho giurato di essere la spada e lo scudo della rivoluzione.» Di solito, il filtro della memoria rende le mie battute più brillanti e più pregnanti di quanto fossero, ma, forse, è solo deformazione professionale. Ora sono una scrittrice, dopotutto.
Comunque, vi sarete fatti un bel quadretto, completo di tutti gli stereotipi: la brava soldatina che, dopo essere stata ridotta ad un colabrodo a causa dell’ottusa arroganza del regime ed aver subito minacce ai propri familiari da parte di un gerarca di quest’ultimo, batte i tacchi e dice sissignore ai propri carnefici. Perché l’URSS è una dittatura spietata ed il lavaggio del cervello e blah blah blah. Se questa è la vostra interpretazione degli eventi, non capirete mai il Sogno e non capirete mai la Russia.
Dopo aver inchinato il capo in segno di ringrazia ­ mento e quella che mi parve riverenza, l’omone fu percorso da un brivido. Si alzò di tutta fretta ed uscì dalla sala. Credetti di sentirlo singhiozzare, mentre incedeva goffamente e rumorosamente per il corridoio. Beh, niente male: un uomo d’acciaio del Soviet Supremo mi guarda in faccia e piange. Questo genere di accadimenti non stimola granché l'autostima, se chiedete il mio parere.
Quel che successe in seguito va oltre le più sfrena ­ te fantasie dei miei fan cospirazionisti: un’anonima direttiva dell’esercito decretò che la mia carriera di cosmonauta era sospesa fino al termine della mia degenza e, per non farmi annoiare durante le lunghe notti ospedaliere, mi era stato impartito un incarico del tutto speciale.
Quando riguadagnai le energie necessarie per camminare in linea retta e non spiaccicarmi al suolo come un abete reciso, la mia camera fu invasa da una popolazione variegata di truccatrici e militari. Le prime mi installarono in faccia tutti i tiranti e l’intonaco necessari a coprire le ustioni, mentre i secondi mi fissavano ed annuivano lenta­mente con il capino compunto. Alla fine della ri­strutturazione, lo ammetto, ero più bella di quanto non fossi mai stata. Senza tante spiegazioni, mi caricarono su una lussuosa ZIL-111 del ‘58 con i vetri oscurati, il nostro equivalente di una Cadillac occidentale, e mi portarono all’aria aperta.
Non mi venne esplicitata la destinazione ma, su­perato un posto di blocco le cui guardie erano particolarmente pignole, fu ben presto palese. Ero tornata sulla scena del delitto. Davanti a me, un enorme campo di patate fresco d’aratura, con al centro una sfera immacolata da cui pendeva mollemente un paracadute di seta. Sembrava un ritaglio di una pubblicità di quelle riviste patinate oc­cidentali: era impressionante... la ricostruzione della Vostok 7 era talmente accattivante che avrei voluto comprare quella dannata cosa. Ed io, con mia suprema sorpresa, scoprii d’essere stata pro ­mossa da pilota a modella. Chi l’avrebbe mai detto che l’Armata Rossa offrisse opportunità di carriera così varie ed eccitanti. Mi avevano portato in un set cinematografico con tutta l’attrezzatura necessaria per filmare il mio (falso) ritorno dall’orbita, dato che quello vero contraddiceva le aspettative del governo e delle masse.
I militari avevano montato un’ampia tenda da campo e, dopo la mia richiesta di delucidazioni, mi risposero che “ovviamente” era il luogo in cui avrei dovuto indossare l’abito di scena. Delle solerti figlie dei soviet mi aiutarono ad indossare l’ingombrante scafandro dei cosmonauti, mentre all’esterno il regista sbraitava indicazioni ai suoi tecnici sulla luce e le fronde e le colombe da liberare al momento opportuno. In un momento di tregua, mi diede qualche cenno sul “copione”, per così dire, del cinegiornale che intendevano girare. Alcuni aiutanti mi accompagnarono fino alla nuo­va Vostok 7 e mi chiusero al suo interno. Quando mi fu indicato, aprii il portellone ed uscii solenne ­ mente dalla navicella, in una profusione di inchini, strette di mano, abbracci e primi piani del mio sguardo lungimirante: una sequenza che ispirò milioni dei miei compagni sparsi per il mondo, dopo che la pellicola fu distribuita e replicata da masse di fidati proiettori rivoluzionari e socialisti. Con un film, avevamo riscritto la realtà, moltipli­cato le speranze e ridato forza al popolo. Un film, un prodotto dell’arte, aveva cambiato il mondo. Secondo me, l’arte è sostanzialmente una bugia al servizio di un sogno. Per quanto i miei primi ro­manzi abbiano riscosso un tiepido successo, il mio capolavoro rimane il cinegiornale Liza delle Stelle, che, nell’estate del ‘63, divampò come un incendio nei cuori dei miei compagni vicini e lontani.
Ho rimuginato infinite volte sul mio colloquio con l’esponente del Soviet Supremo. Ripercorso la scena ed i dialoghi. Immagine per immagine, sillaba per sillaba. Ho sperimentato dozzine di volte il ricordo della sua mano sulla mia e dei suoi occhi congelati in un’emozione repressa. E sono convinta che quell’uomo non intendesse minacciare me o i miei cari. Lui dava per scontato che “coloro che amo” non fossero i miei genitori e men che mai il mio non-ancora-ex-marito. Forse mi sbaglio, ma nelle sue parole ho letto la disperazione di chi si spezza la schiena sui campi di grano (o patate!) da Vladivostok a Minsk, le macerie umane, le gole troppo secche per urlare. Questo è il particolare che mi turba maggiormente: lui ci credeva. Nelle sue parole era nascosto, come una vibrazione subliminale, il Sogno. Era un’infinitesimale scintilla di luce, custodita gelosamente, che pochi poteva ­ no scorgere, accecati com’erano dalla maschera degli apparati e le violenze.
Ed ora quel fuoco si è spento. Il popolo che amavo è divenuto la gente di cui ho paura. Si è spezzato il mio giuramento e con esso la necessità di mentire. Se proprio devo tracciare una progressione lineare, oggi a Berlino celebriamo la rotta di collisione di un viaggio che non è cominciato nelle pagine del Capitale di Marx o nelle campagne di Rostov in cui sono nata. Nella mia personalissima prospettiva, il Sogno decollò nel 1960, in quel particolarissimo crocevia di pazzi e visionari che la bjurokratija ha battezzato Zvyozdny Gorodok. La Città delle Stelle.

[brano tratto dal racconto Notte dell'avvenire pubblicato su NYX - racconti della notte, Arkadia]

 

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