Doni di natura PDF Stampa E-mail
Scritto da Marta Casarini   
Venerdì 27 Maggio 2011 00:00

[Doni di natura | Prologo | dal nuovo romanzo di Marta Casarini, La bambina che leccava i muri - inedito]

Tanto tempo fa, un tipo sveglio di nome Jacobson scoprì che diverse specie di animali, quali felini e rettili,  possiedono un organo particolare capace di collegare tra loro i sensi del gusto e dell'olfatto, rendendo possibile la sensazione sul palato del sapore di qualsiasi cosa abbiano il piacere (o il dispiacere) di annusare.
Sono in grado di gustare una margherita, un cactus, la sabbia: gli basta muovere un po' il naso per riconoscere il sapore del vento.
Sulle prime potrebbe sembrare un dono divino perché nessuno, nemmeno il più cinico o lo sfortunato degli umani, pensa subito all'orrore. Nessuno valuta come prime voci nella lunga lista delle “cose che si possono odorare” il sangue, le feci, lo stracchino scaduto.
Pur essendo il mondo più ricco di calzini che di rose, chissà per quale motivo è sempre ai fiori che va il nostro primo pensiero. Forse perché non abbiamo idea del gusto muffoso dei tubolari di cotone grezzo dopo una partita di calcetto, perché magari se ce l'avessimo non ce lo scorderemmo più e l'universo ci sembrerebbe invaso da milioni di calzini in agguato, che oscurerebbero del tutto ogni ricordo di aroma floreale.  
Eppure, i felici possessori dell'organo di Jacobson non si lasciano intimidire dall'esperienza e continuano ad annusare e assaporare giardini, savane, discariche e tutto quello che lo spiritoso creatore del mondo ha deciso di mettergli a disposizione come habitat naturale. Se solo questi esseri fossero stati dotati anche di un apparato fonatorio più complesso, allora potrebbero descriverci il sapore del legno, della terra, delle lenzuola dopo una notte d'amore (nel caso dei gatti; nel caso dei serpenti, invece, se ci parlassero di lenzuola sarebbe grave).
Ma il punto è che gli animali non parlano.
Quello che riusciamo a sapere di loro è dovuto esclusivamente al nostro spirito di osservazione, agli studi di gente ingegnosa come Jacobson – che un giorno si alza con la voglia improvvisa di scavare nella gola di una biscia e per caso trova qualcosa di strano e molto molle all'altezza del palato – e alla fantasia, che è un dono assai più raro di quello dell'olfatto.
Così la vita è finora trascorsa tra umani e felini in una tranquilla atmosfera di reciproco rispetto preservata da una profonda, mutua ignoranza. Per non parlare dei rettili.

Per questo, guardando la sua adorata Matricia strofinare il naso contro la coperta, Anita non immagina quello che la gatta stia gustando nella lana (per la cronaca: un accattivante mix di naftalina, piedi, nocciola e cenere), perché non conosce l'organo di Jacobson, non sa che non solo lei è capace di compiere magie con i propri sensi e soprattutto è convinta che tutto quello che è in grado di fare non dipenda direttamente da una parte del suo corpo, ma glielo abbia insegnato suo nonno.
E tutti sanno che i gatti non hanno nonni degni di questo nome, e senza nonni certe cose non si possono imparare.
D'altro canto la morbida Matricia, bell'esemplare di tigrato miracolato, non ha idea che gli umani siano in grado di compiere magnifici gesti quali separare il tuorlo dall'albume, pelare le mele o accendere ipoteche, così è sicura  che l'essere altissimo che vive con lei e che la sta osservando sdraiata sul divano sia capace esclusivamente di aprire scatolette, prodigare grattini e dire cose stupide quali “paciocchina-di-mamma-le-unghie-sul-divano-no!”.
E tutti sanno che gli umani non hanno unghie degne di questo nome, e senza unghie certe cose non si possono imparare.
L'aspetto più importante che Matricia sottovaluta è che, da un punto di vista puramente sensoriale,
la sua coinquilina – conosciuta anche come La Tipa che Apre le Scatolette – è meglio dei serpenti, è meglio dei gatti e di tutte le povere bestie passate sotto ai ferri del dottor Jacobson, perché non è solo capace di sentire sotto la lingua il sapore di tutte le cose che annusa; a lei basta il suono.  
Ad Anita è sufficiente dire “schiuma” perché le guance le si gonfino come nuvole in primavera, le basta  nominare il latte per doversi asciugare gli angoli delle labbra, a volte le serve solo pensare “cous cous” per sentire scricchiolare sotto i denti minuscoli pezzetti di semolino crudo, e questa è una qualità ereditaria esattamente come la calvizie, la tendenza a ingrassare e saper piegare la lingua a rotolino.
È un dono che non potrà mai ricambiare, nemmeno con ciò che si appresta a organizzare ora: una sontuosissima cena per festeggiare il compleanno del suo mentore, colui che le ha insegnato a collegare i sensi e a captare il sapore di ogni cosa: l'incontentabile e stupefacente nonno Goluàs.

 

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