| Attorno alla Trilogia dei matti di Cristiano Ferrarese |
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| Scritto da Marco Mazzucchelli |
| Venerdì 20 Maggio 2011 00:00 |
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1967 e 1976 sono i primi due capitoli della “Trilogia dei Matti” di Cristiano Ferrarese, edita da Hacca Edizioni e che avrebbe dovuto concludersi con 1985, capitolo finale non ancora pubblicato. Questo il frettoloso, ma doveroso, sunto dei primi due libri: A Busalla (GE) nel 1967 C. viene processato per omicidio, riconosciuto infermo mentale e rinchiuso in un manicomio. Qui inizia e prende forma il suo delirio fatto di allucinazioni, conversazioni con Gesù, chiamate alle armi al fianco di Iddio, insulti alla Chiesa, omicidi, squartamenti, necrofilia, necrofgia, pornografia, vecchi che abusano di ragazzine, infermieri del manicomio che ne seviziano gli occupanti. Sempre a Busalla, ma nel 1976, V. (sorella minore di C.) “forse ha rubato e ucciso”, viene rinchiusa nel carcere di Marassi, legge il diario lasciato dal fratello e ne ripercorre i passi. Di nuovo il lettore viene catapultato in un vortice di sangue e violenza, parricidi, evirazioni, cadaveri stuprati e masturbati, sangue eiaculato. C. e V. sono così simili nel loro disagio, nel modo di viverlo, subirlo ed esprimerlo (lo stesso stile frammezzato, lo stesso medesimo abuso di puntini di sospensione e paragrafi tronchi), che è come se questo fiume di parole violente fosse il vero protagonista della trilogia. Come se si trattasse di un virus, che prima ha intaccato il fratello e che poi è stato trasmesso alla sorella, due sfoghi infetti della società, due spugne intrise dei mali sociali degli anni ‘60 e ‘70. C. e V. ne assimilano gli accadimenti cruciali, senza nessun filtro, né quantitativo né qualitativo; ingurgitano, ma non digeriscono, come se non riuscissero a gestire tutti gli input sociali che li bombardano dall’esterno. Rifiutano la società, il “sistema Chiesa”, le famiglie che vanno al cinema la domenica; soffrono il suicidio Tenco come l’omicidio Pasolini, come se si facessero voce di una controcultura dell’epoca. E dunque la pazzia, più che venire analizzata e osservata in quanto tale, diventa l’alternativa alla concezione standard della vita, alle 8 ore al giorno in ufficio, alla predica domenicale del parroco. Diventa il canale per raccontare la schizofrenia dell’Italia, il tentativo di narrare vent’anni del nostro paese martoriato pregno di mali. Un tentativo che personalmente reputo riuscito per quanto riguarda il primo capitolo, ma solo se viene considerato come opera a se stante; questo perché con il secondo libro, dove la storia volutamente ricalca quella di 9 anni prima, si ha l’impressione che la pazzia diventi il mezzo, il pretesto, per accompagnarci nel vortice del disagio dei differenti “io narrante”. Ovvero: se i singoli capitoli funzionano, il concept della trilogia diventa però ripetitivo e macchinoso, non evolve, stagna e ripropone gli stessi schemi. La cosa interessante di 1967 e 1976 è che presentano entrambe le facce del problema dell’evoluzione della narrativa. Quella della corsa all’innovazione, alla sperimentazione (con il rischio di venire considerati pazzi), che è condizione necessaria e propulsiva del miglioramento. E l’altra, più conservatrice, che si chiede se tutta questa corsa alla sperimentazione altro non sia che una sterile e forzata ricerca del diverso e della novità, che aiuta abilmente a nascondere carenza e pigrizie a livello narrativo. La Trilogia dei Matti mira in alto, come se cercasse una nuova via alla letteratura, ma fallisce là dove è ovvia l’assenza di una base solida: i dialoghi, le considerazioni, gli sfoghi, le riflessioni, galleggiano senza capo né coda; mancano descrizioni, riferimenti, artifizi, qualsiasi trucco che possa ancorare una “storia che non è una storia” a qualcosa di solido, che riesca a darne una forma che, seppur eccentrica, sia possibile assimilare. |







