ma lavoro a casa PDF Stampa E-mail
Scritto da David Foster Wallace   
Lunedì 28 Marzo 2011 00:00

 


Ho iniziato a fumare a 23 anni. Mi piacciono le sigarette, non c’è molto da dire. Quello che non mi piace delle sigarette è il loro effetto sui polmoni e sulla respirazione, soprattutto se si tratta di sport, fare le scale, fare sesso eccetera. Un giorno alcuni amici mi hanno fatto provare il tabacco da masticare, avrò avuto 28 anni. Masticare tabacco non danneggia i polmoni (grazie tante), ma ti fa assumere molta più nicotina rispetto a una Marlboro Light. Ho provato una decina di volte a smettere di masticare tabacco, ma non ho mai resistito per più di un anno. Al di là del ben documentato crollo psicologico a cui si va incontro, la parte più dura nel cercare di smettere è che mi sentivo stupido. Veramente stupido. Tipo che entravo in una stanza e non mi ricordavo perché, o mi perdevo a metà di una frase, o sentivo dell’umido sul mento e mi accorgevo che stavo sbavando da cinque minuti. Senza tabacco ho la soglia di attenzione di un poppante. Rido o mi intristisco a caso. E tutto mi sembra così lontano. Fondamentalmente è come essere sballati da una droga cattivissima. E non è che ti passa: una volta ho smesso di masticare tabacco per undici mesi a fila e sono stato di merda per undici mesi a fila. D’altra parte, masticare tabacco ti uccide – o quantomeno fa male ai denti. Poi è stupido, disgustoso e tutto il resto. Recentemente ho smesso di nuovo: saranno poco più di tre mesi che non mastico tabacco. In questo momento in bocca ho un chewing gum, una mentina e tre stuzzicadenti fatti con il legno di questa pianta del té australiana che una mia amica strega usa per fare i suoi incantesimi.
Ultimamente penso spesso a questa cosa dei matematici che in qualche modo stanno rubando agli artisti il ruolo dei geni sregolati. C’è questa idea diffusa sul loro lavoro che li porta a studiare argomenti talmente estremi che la loro sanità mentale va a pezzi. È come diceva Chesterton: “I poeti non impazziscono mai, i giocatori di scacchi sì”. Comunque credo che qualsiasi riflessione su questa faccenda del genio sregolato si riconduca sempre all’opposizione tra Apollo e Dioniso di cui parlava Nietzsche, gira e rigira siamo sempre lì.
Un tizio che non mi va di nominare ha scritto una specie di biografia romanzata di Cantor, il matematico che ha studiato l’infinito ed è impazzito. Sembra romantica detta così, l’Infinito Impenetrabile che spacca il cervello del piccolo uomo (anche se si tratta di un grande cervello di un grande uomo). Poi uno si informa un attimo e scopre che Cantor soffriva già di disturbi della personalità, che le crisi peggiori gli sono venute decenni dopo i suoi studi sull’infinito e che magari lo stress e i viaggi e l’insicurezza e le conferenze sono state cause ben più determinanti rispetto ai suoi studi. Solo che la storia raccontata così non è per niente affascinante: l’Infinito di Cantor aveva bisogno di essere una specie di Arca Perduta, un mostro che ti squaglia la faccia se lo guardi negli occhi. Quel libro è offensivo per il lettore, per Cantor e per la possibilità stessa di riuscire a scrivere onestamente di faccende tecniche per un pubblico generalista. Mi ha fatto arrabbiare, ma magari sono problemi miei.
Un motivo per cui io e te stiamo parlando attraverso uno scambio di lettere e non in tempo reale è perché mi ci sono voluti venti minuti per mettere insieme il paragrafo che hai appena letto. In effetti, parlare con me in questo periodo è come fare visita a un parente demente in ospedale. A quel che mi dicono, non solo mi perdo a metà di una frase senza più sapere cosa volevo dire, ma spesso inizio a mugugnare, mmm, sempre la stessa nota, senza nemmeno accorgermene. Ah, e poi, se ti interessa saperlo, la mia palpebra sinistra mi pulsa ininterrottamente dal 18 agosto e non è una cosa molto bella da vedere. Comunque mi piacerebbe riuscire a vivere oltre ai cinquant’anni.
Lavoravo soprattutto nei ristoranti, anche se per un masticatore di tabacco scrivere a ristorante è sempre causa di imbarazzo con i vicini di tavola. Poi per un periodo ho lavorato soprattutto nelle biblioteche (ah, per “lavorare” intendo le prime stesure e le prime revisioni, che faccio sempre a penna. Ho sempre dattilografato a casa, e dattilografare non mi è mai sembrato un lavoro). In ogni caso, a un certo punto ho iniziato ad avere dei cani. Se vivi da solo e hai dei cani, la faccenda diventa complicata. So che non sono l’unica persona che proietta le proprie carenze affettive sugli animali di casa, ma credo di essere un caso abbastanza patologico: cioè, è una cosa che fa ridere i miei amici, non so se mi spiego. Sono convinto che per i miei cani rimanere da soli per più di un paio d’ore sia un trauma tremendo, e quindi finisce che sto a casa sempre più spesso, e a un certo punto mi accorgo che ho bisogno di avere dei cani intorno per riuscire a lavorare, quindi sto a casa. Solo che la casa è piena di distrazioni, ma so che se uscissi poi penserei ai miei cani e sarebbe una distrazione lo stesso. Insomma, lavoro a casa, ma lavorerei meglio da un’altra parte, ma lavoro a casa.

[cut up e traduzione di simone rossi da qui]

 

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