| Di polli, di genti e di bestiame |
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| Scritto da Gabriele Zobele |
| Venerdì 18 Marzo 2011 00:00 |
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Anche l'amore è una fabbrica dismessa o che attende d'esser dislocata in zone di migliore investimento, a mercati più propizi. O forse in Polonia o in Romania dove la mano d'opera costa meno. Qui ci si ama per transizioni, per scambi portuali e valutazioni di convenienza da definirsi a fine mese in relazioni di bilancio. – Mi costerà vederti, lasciarti avrà un suo prezzo, cara. – Cara? Quanto cara? – Tanto cara che il mio dolore ha per valuta il pianto. – Ti comprerò dei fazzoletti. (Si pensava, all'inizio, che la gente mai avrebbe smesso d'incontrarsi, che mai avrebbe smesso di far figli, o anche solo di amarsi per solitudine: col sesso, lo si pensava un guadagno inesauribile, un moto incessante di produzione di liquidi, le tassazioni avrebbero potuto arrivare alle stelle e pochi forse solo i preti, si sarebbero opposti...). Ma saturam lancem pecunia fecit. Il capitalismo è come un marito intransigente che vorrebbe la sua donna gli facesse un figlio a notte, perché lavori un ettaro di campo in più di quello che già suo padre lavora, e poi magari due a notte, perché lavori assieme all'altro due ettari di campo, e poi quattro a notte, ché nel coltivo ci stiano in quattro, così che gli ettari salgano a otto, poi otto a notte e così via, finché il coltivato equivalga il coltivabile. Ma se il contadino e la moglie e tutti i figli han già dimenticato il tormento della fame, si sarà accumulata tanta roba che il contadino e la moglie e tutti i figli han cominciato a domandarsi, ognuno per suo conto: che faremo di tutto questo grano? Rispondendosi, ognuno per suo conto si dirà: farsi venire una gran fame. Occorrerà far marcire delle messi, all'inizio, per far tornare nuovamente un po' di paura per quel suo morso, così tipicamente stretto alla pancia, ma arricchito, stavolta, di una nota in sottofondo, come un ronzio d'ape entrata nell'orecchio, di quelle che imbizzarriscono i cavalli. sarà la volta d'una nuova fame: meno imperiosa della prima, già versata in sofferenza: sarà la fame di potere, che ha l'invidia per pungolo e la miseria come cappio. E occorrerà dosare. Dosare con pazienza, ad ognuno in base a quanta già ne aveva, di fortuna o di miseria, limitandosi a rincarare un po' le dosi, secondo calendari che ormai non appartengono a nessun uomo, ma ad una legge nata fuori, nell'eccesso, nelle riserve nascoste nei granai, per quella seconda fame di quei secondi, terzi, quarti accumuli. La miseria di qualcuno vorrà dire la fortuna di qualcun'altro, e più una perdura e non riesce a morte, più l'altra s'accresce. Ed ecco allora i messi partire, alla rinfusa, confusamente, prima, come conseguendo davvero un loro bisogno sordido; più organizzati, poi, in comitive, a Rio de Janeiro, tra pensionati che non capiscono e scattano gioiosi foto di continuo di loro con quelle stesse bambine o anche più vecchie dai piedi sporchi di fango, ormai prive di sgomento. Infine – business is business, but I want a user-friendly business: sweet, shiny, friendly business tell me please you like my fitness I don't want to lose my meaning so please tell me what's your feeling – s'arrivò a regolarne il trasporto, come animali, realizzando il più grande principio d'uguaglianza nel libero scambio delle carni, nell'a volte identico, a volte persino sfavorevole alla carne viva che non marcisce, tempo di percorrenza, nel libero baratto, potremmo dire, di polli, di genti e di bestiame. Stanchi propiziatori d'autostrade, procediamo così in silenzio, come in coda, la radio accesa, sulle ampie strade dell'amore: guardiamo chi è di fianco a noi, su un'altra fila, che già pregustando d'essere amato in qualche modo, tira fuori il portafogli, per pagare il biglietto. saluta l'inserviente. è partito. |







