Home [ modi verbosi ] [ del 2010 ] C'è linguaggiosità nella musica?
C'è linguaggiosità nella musica? PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabrizio Gabrielli   
Venerdì 19 Novembre 2010 00:00


C'è questo tema della traducibilità della musica, ne parlavamo giorni fa sull'onda del duetto (per dirla faziosamente linguaggisti: del dialogo) nella Saragozza meno ispagnuola e più emiliana, che poi Emiliano è un nome molto comune, in Ispagna, ma non divaghiamo.
Ecco, io sul tema della traducibilità della musica, se m'è permesso, mi vengono da dire due ròbe.
La prima è che l'inverso della vexata quaestio, val'a dire "c'è musicalità nel linguaggio?", è d'una banalità disarmante, che non si merita neppure uno sputo a fior di denti in più.
La seconda è che Morandini mi è diventato davvero simpatico quando ha detto che può esistere una letteratura che si avvicina alla musica, ne “imita” le forme, ne esplora le strutture, e allo stesso tempo non si illude di trasformarsi in musica, perché procederà sempre con approssimazione, per analogie o per contrasti. Può esistere eccome, diceva Morandini, sarà una riflessione sui fondamenti e sui processi del linguaggio.
Ma mettiamola in dubbio, questa presunta linguaggiosità della musica.
Ora, io son pragmatico seppur non dogmatico, astigmatico un po', mi piaccion le parole con la emme che segue la gi e credevo perciò che la musica, così come la lingua, fossero un magma che prende il color dell'incandescenza perché è così che decidiamo per convenzione: quel baluginio brillante l'abbiam deciso di chiamare color incandescenza, per alcuni sarà più tendente al blu, per altri d'un'albionicità evidente, la lingua è sempre convenzione ed in quanto tale inopinabile, almeno per convenzione.
Lo sostenevo a gran voce, con un pizzico di irriverenza, proprio insieme ad un semiologo e ad un traduttore, pensaté.
Poi niente, mi sono desaragozzizzato e m'è venuto da pensare alla nota sul tema di un re e la vendetta di un principe in calce a Clone, un racconto di Julio Cortázar che sta in Tanto amore per Glenda.
Julio cos'ha fatto, ha tradotto in storia, usando temi (ad un livello d'analisi ulteriore, in buona sostanza, parole) e non note, l'Offerta Musicale di Johann Sebastian Bach. Ha preso la versione di Millicent Silver per otto strumenti dell'epoca di Bach (quella incisa dal London Harpsichord Ensemble sul disco Saga XID 5237) e niente, a sentirla suonare gl'è venuta l'idea di un racconto che ne riproducesse la forma. Ha dato ad ogni strumento un nome: il flauto si chiama Sandro, l'oboe Franca, il corno inglese Karen, il fagotto Mario.
Sulla scorta della struttura dell'Offerta, Cortázar ha diretto l'agire dei personaggi: quando nel Canone per aumentazione e per moto contrario, per dire, che sta nel centro, si richiedevano Violino viola e violoncello, ecco che ad ognuno degli strumenti ha fatto emettere suono, dire la sua, raccontare con voce stridente o ammaliante la sua particella di verità.
M'avrebbe dovuto suffragare la convinzione sull'esistenza d'una traducibilità a qualche livello della musica in linguaggio, la storiella dell'adattamento letterario dell'Offerta Musicale.
Epperò.
Ho riscontrato che nello scrivere un po' tutti, me incluso, tendiamo a sorreggerci ad una grammatica (una macrogrammatica) musicale. C'è un pezzo del reading di Katacrash che sto portando in giro in cui avvicino la creazione di un beat hip hop, che ha nel campionamento un modus operandi acclarato, nel quotidiano sragionare: dopotutto ogni volta che ragioniamo prendiamo in prestito assunti, frasi intere, suoni già fatti vibrare da altre corde vocali, li rielaboriamo e li stendiamo sul multitraccia del pensiero: ragioniamo (e scriviamo) per sample. Simple, no? Quindi in un certo senso traduciamo schemi musicali in schemi linguistici.
E invece no, non traduciamo: prendiamo in prestito.
Si dice, lo dice perfino Ortega y Gasset, che i neologismi ed i prestiti linguistici più in particolare siano una sconfitta per il traduttore: weltanschauung, a chiamarla visione del mondo, si va per approssimazione, per analogia, eppure: non si traduce.
Laddove linguaggio e musica si somigliano in come dicono le cose, ecco, per quel che riguarda cosa dire non potranno mai sedere allo stesso tavolo in birreria.
Poi che c'entra, le ragazze continueranno ad innamorarsi di entrambi, ed entrambi corteggeranno le ragazze offrendole una birra: ma il linguaggio è più tipo da stout, la musica da weiss.
E su questo c'è ben poco da fare.

[vedi La musica è un linguaggio? pubblicato su malicuvata.it il 12/11/2010]

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner