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Fabrizio Gabrielli | Che poi magari mi sbaglio, ma non pensi anche tu ci sarebbe da contemplare una ridefinizione del concetto di amicizia? Voglio dire, Zuckerberg andrebbe citato in giudizio per appropriazione indebita di lessema. A me capita d'incontrare per la strada gente mai vista in precedenza che poi magari ci scambi due parole, oh, non ti trovi su niente, ma sai tipo gli antipodi? eppure fieri ti ricordano siamo a-mi-ci su fèisbuc, ed il fatto che a quel contatto non corrisponda poi un'amicizia nella vita normale, una ròba universalmente accettata come amicizia in quella cosa universalmente riconosciuta come vita, ecco, mi fa venire la vocazione del lessicografo, a me. (Per inciso, la persona che facessi io il Garzanti metterei rappresentato vicino al lessema "amico" neppure li bazzica, i socialcòsi, come li chiama qualcuno). Immergendoci più a fondo nel limbo dell'universalmente accettato come, spulciamo un po' la tua visione del ruolo della scrittura. Volessimo cercare di categorizzarla, questa visione, ti sentiresti di ricondurla ad una delle categorie prefabbricate, non so, tipo "scrivere per me è un impegno sociale", "scrivo per raccontare sic et simpliciter", oppure mi ti spingi più in là e mi crei un'etica scrittoriale del tutto inedita?
Gianni Tetti | Una volta l'ho fatto anche io. E mi sono vergognato. Usavo FB da poco. Un certo entusiasmo nel perdere tutto quel tempo a cazzeggiare con gente. A un certo punto incontro per strada uno. E ci avevo chattato il giorno prima. E allora glielo dico: ciao, siamo amici su feisbuc. Il tipo ride, fa: ah sì, mi ricordo. Io penso che sono un coglione, e comunque gli dico questa cosa: comunque The piper at the gates of down è bestiale. In chat stavamo parlando dei Pink Foyd. Il tipo attacca a parlare dei Pink Floyd, di Syd Barret, e dei Camel, e della scena londinese del '65. Tutte cose interessanti. Ma me ne devo andare. E alla fine non ne avevo neppure voglia di parlare con quel tipo. Gli do una pacca sulla spalla e me ne vado. E mi sento ancora più coglione. E pure il tipo ha pensato che questo è un coglione. Io ho pensato che alla fine che cazzo le conosci a fare le persone su FB se poi quando le vedi in strada non le puoi nemmeno salutare. Vabè, L'ho fatto. Mai più. E quindi l'amicizia lo so cos'è. Ma faccio prima a dirti che io ho pochi amici. Loro a volte mi ricordano chi sono. Punto.
Sono curioso di sapere come la pensi tu su questo fatto del ruolo della scrittura. Comunque per parlare della scrittura mi attacco al discorso sull'amicizia. Per scrivere devo ricordarmi chi sono. Ma chi sono davvero. E quindi ti dico la mia. Un po' di tempo fa ti avrei detto che per me scrivere era come vomitare: doloroso ma liberatorio. Poi ho capito che mi piace essere letto. E allora scrivere è anche un fatto di egocentrismo. Di narcisismo. E poi ho capito che ci tengo a scrivere roba buona. E quindi diventa quasi una questione di orgoglio. E siccome sono sardo tutti diranno che questo se l'aspettavano. Ma vabè. E quindi poi secondo me la scrittura è una cosa bella interessante che deve divertire formare e far pensare. Lo scrittore deve essere onesto. E onestà non vuol dire scrivere cose vere. L'onesta è la più grande qualità che può avere uno scrittore. Prima di tutto onesto con sé stesso, bisogna guardarsi dentro e non avere paura. Io ci provo. Scrivo da quando ho imparato, cioè a cinque anni. E mi sembra di non aver mai fatto altro in vita mia. Scrivo perché voglio dire la mia. Scrivo perché ci tengo a me.
FG | Guarda, ti faccio una confessione. Me l’avessi posta tu, questa domanda, lo so mica se t’avrei risposto. È che proprio m’innervosisco a sentirmi chiedere perché scrivi. È una domanda imbecille, inutile, pretestuosa. Chiediamo forse al pescivendolo il motivo per cui vende il pesce? Quello s’alza la mattina ed in testa c’ha un turbinio di ròbe: dove sistemare i merluzzi, come presentare le ombrine, quali spigole acquistare e quante cozze ormai irrimediabilmente avariate c’è da buttare nel cassonetto. Il pescivendolo sa che tutti i giorni dovrà impiastricciarsi la parannanza col sangue dei pesci. Non si chiede se sia il suo destino, o piuttosto il frutto d’un intestardimento. Sa solo che è tutto preso dall’attività di vendere il pesce, e certi giorni è felice, certi altri no. Non so se s’è capito, ma mi sta molto a cuore, il problema dei pescivendoli intesa come categoria sociale, ecco; non so se s’è capito che era una metafora. Questo per spiegare i perché. Che poi ci sono i come. Come e al contempo al contrario di te, credo nella scrittura come strumento per ricordarmi chi (non) sono. Da un punto di vista, la storiella di Reykjavik è significativa: scrivo perché scrivere è l’unico mezzo che conosco, l’unico che mi è permesso maneggiare, per manipolare la realtà, per dare ad intendere che. Godo nell’intessere reticoli di finzione. Nel mettere e mettermi in discussione. Nell’instillare il germe del dubbio, dell’inadeguatezza. In me e negli altri. Quel fatto dell’egocentrismo, la vedo così, quell’ergersi al centro del mondo facendo leva sulla penna, è solo un modo meno doloroso per raccontarci quanto siamo emarginati. L’isola è un’isola solo se la vedi dal mare, quando ci sei sopra ti sembra una landa sterminata. E forte di quell’onnipotenza scrivi, sei l’ombelico del mondo, d’un mondo che non si lava mai l’ombelico. Scrivere per me è un gioco. Una sfida costante con il lettore. Non sono accomodante, nei confronti del lettore, non lo sono nemmeno con me stesso, figurati. E poi credo ci voglia un po’ di spocchia. E l’onestà di riconoscere che ce l’hai, quella spocchia, perché è quella che ti fa stare le ore intere con le braghe calate e la resa dei conti in tasca di fronte ad un’idea. Per come la vedo io, la scrittura è nomadismo, è perdersi ramingo per i meandri dell'insondabile, con la consapevolezza che per comprendere non c'è da far altro che riconoscere l'impossibilità di comprendere. Solo dopo esser scesi a patti con quest’ineluttabilità, paradossalmente, inizi a comprendere. Però ecco, mi comprenderai, c'è da chiuderla, questa chiacchierata. Non sto qui a chiederti i prossimi progetti, consigli su libri da leggere o non leggere, né tantomeno perché un lettore dovrebbe scegliere proprio te, ché l'ho sempre trovata una domanda del cazzo, io, quest'ultima, quasi più stronza di perché scrivi. Allora faccio così, rubo l'idea alla Paris Review e ti chiedo di descriverci il posto in cui ti viene meglio scrivere. La stanza in cui lavori. Che magari capiamo una cosa in più su Gianni Tetti, una in più di quello che riusciamo a capire spulciando il tuo profilo su fèisbuc, s'intende.
GT | E sì. In qualche modo la dobbiamo chiudere questa chiacchierata. E mi sono divertito. Allora, caro amico mio, per me scrivere non ha nessuna sacralità, e quindi dove sono sono e se ho voglia di scrivere scrivo. Con carta e penna o con il computer, non cambia molto. Comunque il posto dove mi viene meglio scrivere è il bagno. E adesso ti spiego come faccio: mi siedo sul cesso, metto il computer davanti a me e mi metto a scrivere. Il bagno è intimo, è silenzioso, il rumore dell’acqua è rilassante e tutte quelle mattonelle celesti mi aiutano a pensare. Nel bagno c’è la vasca e la lavatrice e una finestrella. Al bordo della finestrella metto il portacenere e ci appoggio la sigaretta. Lì scrivo, rileggo, riscrivo, insomma faccio le solite cose. E non è una bugia. È la verità. Un'altra verità è che scrivo spesso a casa mia e che ho uno stanza che fa da studio. Casa mia è al quarto piano di un palazzo che dà su una piazza. Nel mio studio ci scrivo a volte. Non sempre, solo a volte. Ci sono libri, un divano, un computer e fogli sparsi e cd. Le pareti del mio studio sono verdi. E nel mio studio c’è anche una ciclette mai usata e una panca per addominali mai usata. E ci sono perché qualcuno ha pensato che le potessi usare e me le ha regalate. E anche io, per qualche giorno avevo pensato che magari le uso, che così mi metto in forma. E invece niente ma sono in forma lo stesso. E c’è una finestra nel mio studio, da questa finestra si vede la piazza. E io guardo la gente che va e che viene, la guardo. Non è detto che questo mi ispiri qualcosa, comunque io lo faccio: guardo la gente dalla finestra dello studio. E nel mio studio c’è una poltrona gonfiabile che mi hanno regalato a Milano. La poltrona si sta sgonfiando piano piano e non so come fare per rigonfiarla. Perché è enorme e gonfiarla a fiato non fa. E poi scrivo quando sono in viaggio, scrivo in stazione, in treno, sulla nave, sull’aereo, in aeroporto. Scrivo in tutti questi posti qua, che sono posti di passaggio. E scrivo sulle panchine di tutti i posti. E una volta mi sono seduto alla fermata di un bus di Bologna. Ma non dovevo prendere il bus, è solo che non sapevo dove andare. E allora mi sono seduto là, e mi sono messo a scrivere. Mentre passavano sempre gli stessi due bus. La fermata si riempiva per qualche secondo, poi arrivava il bus e la fermata si svuotava. E nulla, io me ne stavo lì seduto a guardare la gente che saliva e scendeva. E nulla, alla fine mi è piaciuto. E una volta ho sentito uno che li chiamava non-luoghi, e mi è piaciuto pure questo. Dimmi la verità, anche tu ci scrivi un sacco nei non-luoghi.
FG | Io non lo so, fratello, come t'è venuto pensato che possa essere il tipo di persona che scrive nei non-luoghi. Epperò: bingo. Anche se per la precisione dovrei dirti che alla fine della fiera non posso davvero dire di scriverci, in quei non-posti là: ci afferro il bandolo della matassa, quello sì, che è più un non-scrivere, però, che è tutt'un'altra cosa. Perché invece poi c'ho la stanza del rammendo. Difficile, provo a spiegartelo meglio. Vedi, mi succede di questo. C'è che negli ultimi tempi mi sia diventata una ròba d'una macchinosità incredibile, scrivere, sebbene quella macchinosità costituisca quasi una specie di metodo. Nel quale i non-luoghi hanno un ruolo centrale. Giro con una mazzetta di post-it gialli in tasca. Ho provato coi quadernini, ma niente: li perdo sempre. I post-it, invece, no; che sembra una cosa strana, eppure. Dicevamo, i non-luoghi. In treno: mi sento male, se scrivo. In aereo: pure. In macchina, mentre guido, mi pigliano invece certi raptus che mi devo fermare alle piazzole di sosta, tanto ho i post-it, penso. Infatti arrivo sempre in ritardo. E poi c'è il porto. Al porto ci capito spesso, è un reticolo di strade che non portano da nessuna parte e rotaie inutilizzate e cemento, il porto della città dove vivo, che potrebbe essere Tolone, Algeciras o Tangeri, a guardarla da mare, e invece è Civitavecchia. Vado là, anche se non ho mica da imbarcarmi su nessuna nave, e piglio appunti. Anche a lavoro scarabocchio sui post-it, il posto dove lavoro io è pure quello un non-luogo, un luogo di tutti ma di nessuno, è un albergo e non sei mai davvero a casa, in albergo. Infatti come si dice: questa casa non è un albergo. Tutti quei post-it li appendo su un quadro che ho nello studio, è un quadro orrendo, una litografia d'un pellegrino che ho vinto per aver svolto il miglior tema sul Giubileo quando ero alle superiori, me l'ha consegnata Storace in persona, pensaté. Ad esser brutto è brutto, però i post-it sopra ci stanno che è una meraviglia. Lo studio, dicevamo, è la stanza del rammendo. Ogni tanto, come Concato con i fiori nelle domeniche bestiali, colgo un post-it dal prato appeso al muro. Poi un altro. Un altro ancora. Ne affianco una manciata nei quali intravedo una linearità di fondo. E lì imbastisco. Non saprei dirti se il mio vero atto di scrivere sia questo, la stesura finale, o quello precedente, il concepimento. Sono a due tempi, come i Garelli o la politica dell'Unione Europea.
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Fabrizio Gabrielli (GBRFRZ81D14C773C) in un'Università aveva la matricola 208849/10, in un'altra la 57, e s'è laureato con 110/110 cum laude nella classe LM37. Ha pubblicato ISBN 978-88-7418-535-1 (202 pagine, nel 2008) e ISBN 978-88-7418-619-8 (180 pagine, nel 2009). Adora le IBU 100, il 4-3-3, i 4/4, il 26 luglio e le donne nate il 12 maggio del 1984. Ha un sito internet: l'inafferrabile weltanschauung del pesce rosso
Gianni Tetti è nato a Sassari l'11, aprile, 1980. È laureato in Lingue e Letterature Straniere e lavora all’Università di Lettere e Filosofia di Sassari con un borsa di dottorato in Storia e Critica del Cinema. Si occupa di sceneggiatura, collaborando a vari progetti cinematografici e televisivi. Recentemente ha pubblicato il libro I cani là fuori (Neo Edizioni, 2010), scritto il lungometraggio SaGràscia (regia di B. Angius, 2010) e diretto il documentario Un passo dietro l'altro (I.S.R.E., 2010). Suoi racconti sono presenti in numerose antologie e riviste italiane.
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