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Caro Lorenzo, la tua lettura di “Rapsodia su un solo tema” come di un testo post-moderno è convincente – lo è, post-moderno, anche se non era programmato che lo fosse. Credo che sia l’effetto – inevitabile, e da un certo punto in poi assecondato – di un modo di scrivere, il mio, che non segue un’architettura definita, e si fonda sull’affastellamento per anni di pagine disparate attorno a un vaghissimo spunto iniziale, come è stato anche per “Le larve”. Ed è vero che molte di queste pagine sono travestimenti (di diario, verbale, trattatello, pagina di saggio, sit-com…), o meglio appropriazioni, come è stato per il punto di partenza, le conversazioni tra Craft e Stravinsky di cui mi sono impadronito come di un genere letterario per farci una storia insieme simile e diversa.
Lavorare su materiale di provenienza esterna mi ha costretto in un certo senso a pormi il problema dell’originalità – a farlo porre ai miei personaggi, con una certa insistenza. Allo stesso tempo, credo che questo dell’originalità sia un tema non solo mio, ma di tutto il Novecento, secolo di cui mi sento ancora parte. A dirla tutta, riconosco, non senza arrossire, di essermi sentito stravinskiano in quest’operazione di attraversamento di epoche e generi e stili (parlo dello Stravinsky manipolatore del “Jeu de Cartes” o insomma del neoclassicismo maturo, distaccato e ironico). Procedere per tasselli, per piccoli passi, per scarti, con l’aria di divagare – e magari divagare davvero, e perdersi dietro a percorsi imprevisti, perché comunque anche tra pagine lontanissime si tessono fili, si colgono legami…
C’è un effetto che mi piace molto ottenere quando scrivo, ed è quel suono evocato per simpatia dall’attrito tra pagine tanto diverse, o quel silenzio improvviso che si apre tra una pagina l’altra, mentre il lettore è in attesa di cogliere un legame, un fil rouge, di ricondurre le parti a un insieme… Trovo che sia uno dei modi più “veri” della letteratura, o meglio uno dei punti di maggiore contatto tra la pagina scritta e la vita come la possiamo cogliere noi – una posizione ingenua, è vero, e anche paradossale, perché comunque non esclude l’artificio letterario, anzi se ne appropria.
E hai ragione quando parli di “grazia”, di dolcezza o di garbo – a me, mentre scrivevo, veniva spesso in mente la “leggerezza”, quella di Calvino (non sono tra quelli che oggi sbuffano a sentir parlare di lui), o una sorta di ideale levità settecentesca: un po’ perché per educazione detesto alzare la voce, un po’ per il carattere dei miei personaggi e per la struttura dialogica di gran parte del romanzo (conversare costringe ad ascoltarsi, a capirsi, a rispettarsi o almeno a fingere di farlo), un po’ infine per la materia del romanzo, visto che la musica colta è materia ”pesante”, da bilanciare con un adeguato alleggerimento.
[In risposta alla recensione di Lorenzo Mari, Rapsodia su un solo tema. Colloqui con Rafael Dvoinikov, apparsa su malicuvata.it l'8 novembre 2010] |