Home [ modi verbosi ] [ del 2010 ] ricordi di vento e cemento
ricordi di vento e cemento PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianni Tetti e Fabrizio Gabrielli   
Venerdì 05 Novembre 2010 00:00

 

Fabrizio Gabrielli :: Zirriagga, tzilleri, pattadese. Frazziggu, chigno, ballocci. Greffa.
Sette parole che non conoscevo, prima di leggere Tetti, significanti inediti per significati che pure avevo dentro.
Defamiliarizzazione del familiare.
Unheimlich puro.
Nel leggerLa, messere Tetti, s'ha come l'impressione di averle già viste e conosciute, quelle scene che racconta, eppure di non averle mai sentite, raccontate così.
Come quando guardiamo un prato fiorito, diceva Lovecraft, e di punto in bianco ogni fiorellino di quel prato comincia ad intonare una nenia.
Come sentirsi raccontare una favola rovesciata, e alla fine: niente.
Dìcami, dìcaci: quanto La aiuta la Sua terra, la sua ancestralità spesso macchiettizzata, gl'afflati magici, a scolpire nel granito i personaggi e le epiche corali de I cani là fuori?

Gianni Tetti :: La mia terra mi aiuta, sempre. Anche a non sentirmi troppo solo mi aiuta. Come farei senza questa terra calda che non trema mai. Come farei senza sapere che appena torno a casa posso subito sentire l’odore del mare. E il vento in faccia. Non lo so come farei. So però che l’ancestralità di cui parlo non è solo della mia terra, ma è dell’uomo. Ogni uomo ha un nucleo ancestrale nero come il petrolio. L’istinto, la rabbia, la voglia. E di questo parlo. Perché i sardi calpestano il futuro come gli altri e i miei personaggi ci vivono dentro a questi anni sottozero dove se non ringhi tanto peggio per te. E ho pensato che all’ultimo piano del palazzo di una multinazionale a New York, dove lavorano i pezzi grossi, si ringhia molto più che tra la gente di cui parlo io, che vive tutta sottoterra. E ho pensato che di tutto questo volevo parlarne. Di questo mondo dove tutti sono buoni e sono cattivi allo stesso tempo. Dove il più forte vince. Dove c’è sempre qualcuno più in alto di te. E così via.
Quando scrivo voglio essere prima di tutto onesto, parlare di mondi che mi appartengono, creare personaggi che sono un po’ pezzi di me e un po’ pezzi di qualcos’altro, e onestamente i mondi che mi appartengono non sono tanto quelli ancestrali e misteriosi della Sardegna che tutti si immaginano, quanto quelli vuoti di periferie piene di asfalto o contorti del centro storico. E il bello è che siamo sempre in Sardegna e i luoghi che descrivo sono soprattutto rubati alla città dove sono nato: Sassari. Ed è qui che c’è l’ancestralità, quella senza patina, quella che può fare paura davvero, sensazioni che si costruiscono attraverso storie sentite in giro, mezze parole origliate per strada, sguardi sconosciuti presi ovunque e esperienze personali. Prima guardo e ascolto o ricordo, poi prendo, poi metabolizzo, manipolo, violento, provando a dire la mia.
Alla magia non ci credo poi tanto. La magia è nelle parole della gente. E io credo alla gente che vuole qualcosa (che sia giusta o sbagliata non conta) e le prova tutte per ottenerla. È tutto umano, tutto sangue. Sono le credenze che ci piacciono tanto ad essere magiche, ma io non le vendo come vere queste credenze, le metto solo in bocca a chi ci crede, perché solo chi ci crede ne deve parlare e ne parla anche se il mondo tutto intorno gli dice che non c’è niente di vero. Ne parla perché se gli togli certe cose, ai miei personaggi non resta più nulla per vivere. I miei personaggi vivono di questo: i sogni, le illusioni, le piccole libertà che sono sempre troppo piccole e la vita che ogni tanto ricorda a tutti che è meglio non farsene troppe di illusioni.
La mia Sardegna è questa: vento, odori, ricordi e cemento.

 

produzioni

Banner

progetti

Banner

collaborazioni

Banner