Raffiche PDF Stampa E-mail
Scritto da Gabriele Xella   
Mercoledì 03 Novembre 2010 00:00


Raffica n.1
Dunque si cammina sui cocci creati o sui cocci altrui. Tornano le zanzare ad essere arrostite. Quanto mi dispiace che sia così faticoso sistemare le questioni – bisognerebbe prendere a pugni il rancore, il vero significato della parola umiltà. Il ripasso inesauribile delle sciocchezze – girare intorno al problema con l'interpretazione da oscar. Non ho più intenzione di stare fermo sulle stesse cose, e neanche andarmene facendo finta di essere felice.

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Raffica n.2
Le discese ardite e le risalite. Siamo lontani io e te per far sì  che il nostro amore venga alla luce come in un film di Antonioni in un 8 mm sgranato in bianco e nero, che ritrae un corteo o una spiaggia. Dio solo sa come andrà a finire, anche se sai che il destino è permaloso e va aiutato ad aprire le nostre discussioni su come fare a campare. Tua madre non ha diciamo così grande stima di me e non mi reputa equipollente al tuo essere. Magari cambierà. Ti bacio amore, amore mio anche se sembra tanto strano...

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Raffica n.3
Te e la tua arte, la tua architettura che ti viene a trovare anche quando dormi. Te e la tua arte, che si apre verso ogni nuova intuizione. Le parole che ci salvano, le parole che ci salvano, le parole... L'educazione sentimentale che non abbiamo avuto mai, e le spille come frecce incastonate nel cuore… e le parole ci salvano sempre, e poi ci precipitano come neve che non fa male ma fa tremare. La nostra disperazione l'abbiamo incastonata su una spiaggia o nelle lune piene d'estate...

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Raffica n. 4
Ci siamo svegliati con delle labbra blu da far paura; gli occhi spalancati appesi ai soffitti delle camere – le mele appena raccolte – i quadri deturpati. E c'è voluto del coraggio ad ammettere che tutti i soldi guadagnati li abbiamo spesi in una sola sera. Le parole degli altri che non ci arrivano, e la tua torta venuta dura anche se t'amo, ed è buonissima – il mio caffè infinito, come avviene di rado – come me, fra me e me.

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Raffica n. 5
Perché certi ragazzi non ci sono più. Per nessun partito per nessuna posizione. Per le nostre madonne che reggono i figli. Perché era scritto su quelle magliette poi diventate sangue. “Portami via, vienimi a prendere! Mi hanno messo dentro un sacchetto di cellophane”. La disperazione è una forma superiore di critica, che chiameremo felicità.

 

Ai ragazzi, a Carlo Giuliani.

[tratto da Neanche vedo più tutto l'amore, L'arcolaio 2010]

 

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