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Una voce dall’oltretomba PDF Stampa E-mail
Scritto da Tod Robbins   
Venerdì 16 Luglio 2010 00:00


È notte. Nella biblioteca le luci sono spente; dormono tutti. Sono seduto alla scrivania, scrivo.
Sono assolutamente al sicuro. Se qualcuno dovesse sentire la penna muoversi, se gli abitanti della casa dovessero aprire all’improvviso la porta e accendere le luci, non vedrebbero nulla, a parte la penna distesa accanto al calamaio. La finestra è aperta. Quando avrò finito fluttuerò fuori in strada. Sono morto da una settimana, il mio cadavere giace sottoterra in uno squallido feretro nero.
Quando vidi quella bara scendere nella fossa, mi sembrò come una nave oscura che naufraga, inghiottita dall’oceano. Osservare quei volti duri, affamati, intorno alla mia tomba, mi fece scoppiare in lacrime. Ero l’unico a piangere la mia morte.
Ho lavorato tutta la vita come un’ape e molti avrebbero voluto saccheggiare il mio alveare. Ecco, adesso ce l’hanno, sono felici. Almeno non desiderano più la mia morte, è una soddisfazione. Sono tranquilli, mi credono al sicuro sottoterra, e dicono d’essere cristiani!
Io ho un nipote, un tipo grassoccio e avido. Se ne sta lì con un’espressione da idiota; ma è furbo lui.
Non mi piace, così l’ho sempre tenuto vicino a me. Uno scorpione è meglio tenerlo di fianco che alle spalle.
Spesso mi chiedeva: «Zio, sei ricchissimo, non è vero?» E io, per non dare nell’occhio, rispondevo: «Beh, dipende, ho un paio di milioni.»
La sua bocca rotonda e umida si apre appena,  i suoi occhi sono piccoli e assonnati come coperti da una sorta di pellicola. È un tipo maledettamente avido.
Ma io non ero così ricco come immaginava; anzi, non avevo un quattrino.
Di recente ci ho pensato molto e mi è venuta un’idea, un’idea che mi piace. Mio nipote è grasso e pigro. Quando si siede su una sedia grugnisce di soddisfazione, sembra un animale; quando sale le scale ha il fiatone così forte da spegnere le candele. È pigro, e mi piacerebbe vederlo lavorare, faticare come un mulo. Mi piacerebbe vederlo andare avanti e indietro dalla casa al giardino, quel giardino che sta crescendo così bene, a vangare e rivangare il terreno morbido con la pala. Vedere il sudore scorrergli fino agli occhi, le vene della sua fronte che schizzano fuori, e le sue pallide, grassocce mani, tremare!
Mio nipote crede nell’occulto. Ogni mese organizza una seduta spiritica con il vicinato. L’altra notte l’ho sentito borbottare: «Il vecchio diavolo ha più soldi di quelli che abbiamo scoperto.»
Ero in piedi accanto a lui e sorridevo.
Forse, alla prossima seduta spiritica, dovrei fare quattro chiacchiere con lui. Potrei dirgli:
«Nipote mio, sotto l’albero in giardino, dove coltivi i tuoi ortaggi, c’è un vecchio baule straripante di denaro, denaro che ho nascosto anni fa. Alla luna piena scava lì dove cade l’ombra del ramo più alto.»
Mio nipote correrebbe come un ossesso fuori dalla casa, nel cuore della notte, e comincerebbe a scavare in giardino, dove germogliano le piante. E suderebbe, bestemmierebbe, farebbe schizzare la terra dappertutto, e io sarei lì a volteggiare intorno a lui, a guardare, a ridere. Me la riderei in silenzio, per non disturbare il canto del vento. E niente ci sarebbe alla fine di quel buco, niente. Allora proverebbe in un altro punto, trovando ancora il nulla. Continuerebbe a sudare, a bestemmiare, a scavare, finché il piccolo giardino non andrebbe distrutto.
Per tutto quel tempo io riderei piano, perché quel grassone di mio nipote è davvero pigro, pigro da fare schifo.

[traduzione di Alessandro Oliviero]

 

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