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[A Bologna parlano anche gli editori, quelli piccoli magari, non distribuiti o distribuiti male. Si siedono, ordinano da bere e raccontano progetto editoriale e catalogo. (Noi intanto si continua a bere.) La libreria Zammù di Bologna è un nodo della rete, la sua funzione è mettere in collegamento. Alfabeto letterario è il ritorno al luogo dell'idea dopo tanto virtualmente navigare (in rete?). Casa Lettrice Malicuvata sono (anche) io, Ernesto Bay.]
Si alzano quasi tutti durante i titoli di coda, e tu, che magari vuoi sapere di chi è la fotografia o la quarta canzone, tamburelli con la testa da una parte e dall'altra, sbuffi, scusi si può spostare? glielo chiedi pure a quello che si sta infilando il giaccone lento e ridarello con un'apertura di braccia che supera la larghezza dello schermo dove scorrono i titoli di coda. (Da bambino registravo in una videocassetta i titoli di coda – quando ancora li davano in televisione, prima che la pubblicità se li mangiasse. Avrei dovuto dirglielo a Marco: non sono mai arrivato alla fine, quella cassetta durava quasi due ore; mi addormentavo prima.) Come al cinema quindi, senza schermo però, solo voce e chitarra per salutarci e ringraziare: La prima volta che Lubitch trova una stanza a Bologna è appena uscito il suo primo libro e io devo ancora decidere dove compiere trentanni; quando lo decido, mi regalano un posacenere, una torta di mele e un disco: rimango a Cagliari fino a settembre e in aeroporto i saluti sembrano definitivi come quelli di dieci anni prima, quando sciarpato di rosso la destinazione era una scuola alpina. Il racconto continua, Lubitch suona la chitarra, Bolero legge costretto a voce alta; dalla vineria arrivano rumori di posate e bicchieri.
Utopsia finisco di leggerlo in terra di confine, estremo sud del continente, e l'agonia in Patagonia di Rosa e Rosario me la ritrovo al mio ritorno, su fogli grandi stampati apposta per una prima lettura, imbustati assieme ai fogli Katacrash. Usciranno in gennaio – c'è scritto a penna in un biglietto piccolo. Katacrash e Patagonìa saranno rispettivamente il secondo e il terzo volume di una nuova collana. (E il primo volume che fine ha fatto, pensa Lubitch.) La scritta a penna sul biglietto continua. E Lubitch non ci pensa più al primo volume: La nuova collana si chiamerà Brain Gnu: tutùm tutùm tutùm. (Il cervello di gnu non l'ho mai assaggiato. Quello di maiale sì, faccio sempre a metà con mia nonna.)
C'è un divano nero accanto all'ingresso della libreria; su quel divano, J. si è sdraiato vestito della sola sua chitarra: avevo freddo al culo e le fotografie sono state pubblicate da una rivista importante. (Senza commentare, continuiamo nella descrizione della libreria di Zammù, che è anche una vineria.) Divano nero quindi, accanto all'ingresso, sistemato su di un palchetto in legno rivestito da pagine di libri – pavimento povero e per nulla ecologico. I tavoli colorati di arancio viola giallo rosa e forse rosso, sono fatti per sedersi, parlare, sfogliare un libro, ordinare vino e salumi e formaggi, ma quando c'è Lubitch bisogna stare in silenzio giusto quei quaranta minuti: il martedì e il giovedì l'ascolto silenzia la parola bla bla bla, il rumore dei bicchieri diventa sottofondo bla bla bla: Il gigante e il mago sono dipinti sulla parete viola bla bla bla: Anice di Sicilia lontana bla, riportata in qualche modo da queste parti porticate bla, ingabbiata bla: dove volge lo sguardo chi ci ha concesso questa galera? Ecchissacciu! Un'altra domanda: sono io a parlare? La struttura è decisa, Antonio Tirelli legge Georgie Blues, la direzione obbligata di Fabrizio Gabrielli: «Storia di decisioni altrui, di direzioni impresse per interposta persona, di prevaricazione delle volontà. Là si va, ma solo se lo si decide noialtri. […] E allora quand'è che hai mosso il primo passo verso casa, Georgie, te lo chiedi mai? Forse quando traghettatore lo sei diventato honoris causa, quando hai trascinato il team alla vittoria, masticando freddo e maglie avversarie, inorgogliendo una nazione intera che ululava il tuo nome, sventolava il tuo nome, esigeva il tuo nome. Era quella, la tua destinazione? Il tuo destino?»[1]
«La risposta è celata nelle ragioni che muovono la mia indolente volontà di scrivere. La scrittura è il mio strumento di ribellione contro l'omologazione del pensiero. Attraverso il linguaggio c'è una domanda dilacerante di sottiglienza. Una sottesa ed estenuante richiesta di attenzione. Non arrendersi alla superficie ma inabissarsi. Il mio lettore ideale? Uno speleologo inarrendevole.»[2] E rimangono quelle altre due domande, forse tre: ti ricordi Marta, Gionata infottato con la doppia acca, Rosa Rosario zoccolame di branchi, dove? ti ricordi quell'uomo seduto svenuto sulle scale del giornale? aveva Fame nelle mani, freddo senza panciotto pegnato al Monte di Pietà di Christiania. L'idea della nostra collana. No. Parte dal presupposto che lo scrittore. No. Per chi scrivete? «Se chiedeste perché gli uomini, tutti gli uomini, dalla nascita fino alla morte, hanno la mania, beoni o no, di creare, di contare delle storie, capirei la domanda.»[3]
Dentro Katacrash ci sono tante piccole storie, alcune più strutturate di altre. Ciò che le tiene assieme è la capacità linguistica di Fabrizio Gabrielli, la voce sempre quella, la ricerca del dettaglio sonoro, i tre protagonisti, la musica, il pro-epilogo e l'epilogo: un romanzo che si può leggere anche partendo dalla fine. Dentro Patagonìa ci sono due finali e nessuno di essi è pensato/scritto per consolare. Una due tre letture per comprendere l'intendimento o soltanto ipotizzarlo: dove inizia la comprensione e dove finisce; dove sono le tue parole e dove sono le mie, parliamo del nulla che siamo diventati senza accorgercene; dove il male è più forte potresti scriverlo. Potresti veramente scriverlo?
Di solito si alzano quasi tutti durante i titoli di coda, ma questa volta non si alza nessuno. Quello che al cinema si infila il giaccone lento e ridarello con un'apertura di braccia che supera la larghezza dello schermo dove scorrono i titoli di coda, non c'è. Ci sono Lubitch, due coccodrilli, un orangotango, due piccoli serpenti, un gatto, un topo e un elefante con il campanaccio sul collo. Sono tutti di cartapesta tranne Lubitch. A volte accesi da una lampadina. A volte no.
NOTE [1] Fabrizio Gabrielli [2] Dario Falconi [3] Dottor Destouches
[tratto da Prospektiva n. 50] |