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Lei aveva pianto non prima d’aver improvvisato tutte le procedure necessarie per evitare di farlo. Aveva arricciato più volte il naso come se un importuno starnuto fosse imminente alla deflagrazione; la fronte s’era corrucciata come se un fiato d’aria gelida le suggellasse la nuca; le mani avevano cercato lenzuola che coprissero quel fremito ondivago di cuore pulsante. Il pulsante era ormai azionato e presto un singhiozzo di occhi imperversanti lacrime illividì il volto di lei che sembrava ridere. Che sembrava piangere. Che sembrava gioire. Che sembrava disperarsi. Che sembrava morire. Che sembrava rinascere. Un volto che mai come quel giorno aveva vissuto. Una vita che mai più come quel giorno avrà un volto. “Stringimi e parlami.” Le aveva accennato in un mormorio di cedevole estasi. “Tutta la notte. Fa che non finisca. La notte. Fa che non finisca. Io chissà dove…”.
E lui le aveva detto quello che ogni uomo sa dire. Che l’amava, certo. Di un amore unico che nessun altro poteva comprendere. Che lei era la sola che potesse desiderare. Che l’amava, certo. Di un amore unico che nessun altro poteva comprendere. Che lei era la sola che potesse desiderare. Che voleva una famiglia con lei e dei figli ed una casa piccola con un giardino piccolo e con due cani grandi. Che l’amava, certo. Di un amore unico che nessun altro poteva comprendere. Che lei era la sola che potesse desiderare. Che voleva una famiglia con lei e dei figli ed una casa piccola con un giardino piccolo e con due cani grandi. Che non era mai stato così felice e che avrebbe vissuto ogni giorno per farla felice. Che l’amava, certo. Di un amore unico che nessun altro poteva comprendere. Che lei era la sola che potesse desiderare. Che voleva una famiglia con lei e dei figli ed una casa piccola con un giardino piccolo e con due cani grandi. Che non era mai stato così felice e che avrebbe vissuto ogni giorno per farla felice.
Che l’amava, certo.
Per tutta la notte lui aveva detto le medesime cose: una filastrocca petulante ma che la ragazza traduceva come se fosse la più autentica, commovente, poetica delle dichiarazioni.
“Stringimi e parlami. Fa che non finisca. Tutta la notte. Dimmi di altro. Dimmi del sogno. Del tuo sogno…”
Fu in quell’attimo d’inconsapevole beatitudine che sentì pronunciare dalla bocca fremente del ragazzo la parola che l’avrebbe ossessionata per gli inquieti giorni che sarebbero venuti.
“Patagonia, amore mio. Eccola la parola che invano cercavo. Eccola, l’ho trovata. Tu me l’hai suggerita. Patagonia. Il sentimento che provo è immenso, meraviglioso, infinito come la Patagonia.”
E così le aveva raccontato di quella terra incontaminata. Delle Ande meridionali i cui versanti sono coperti di foreste di araucarie. Dei giganteschi faggi australi. Lei ascoltava e s’appassionava al suo racconto o, forse, ascoltava semplicemente quello che la sua passione le stava raccontando. Allora lui s’infervorò oltremodo e, con particolare dovizia, s’inerpicò intrepido nel vortice didascalico del Tu devi sapere.
“Tu devi sapere, amore mio, che la Patagonia è smisurata: 800 km2 di altopiani semidesertici. A questa regione segue la Terra del fuoco. Tu devi sapere, amore mio bellissimo, che la Patagonia è intagliata da solchi vallivi di fiumi come il Rio Negro o il Chubut e ci sono luoghi, amore mio, luoghi e visioni, amore mio bellissimo, che sono il paradiso; belli quasi quanto te, amore mio. Ed io ti ci devo portare. I golfi di San Matias e San Jorge, la penisola di Valdes, Capo Tres Puntas. Si, amore mio, dobbiamo andarci. Pensa che nella Terra del fuoco alcuni ghiacciai spingono le loro lingue fino al mare. Tu devi sapere amore mio…”
“Tu devi sapere amore mio che ti amo.” Aveva gridato lei ponendo fine all’enciclopedica dissertazione. Nuovamente il desiderio aveva mosso vicendevolmente le mani verso altre mani e si era consumato il secondo atto d’una comunione sensuale che li affrancava da ogni patetica convenzione, rendendoli liberi di godere impunemente e senza pudore. Avevano urlato di piacere i loro nomi fino a contaminarne l’essenza anagrafica con i suoni dei loro corpi in tumulto. Si amarono come due aborigeni patagonici. Come due cattivi selvaggi. Stremati e senza tregua. Impudicizia ancestrale d’un limbo privo di civiltà sacerdotale. Ignoravano che il conquistatore bianco era alle porte. Che la falcidia dello sfruttamento e dell’asservimento era prossima. Che con la forza avrebbero dovuto cambiare concezioni e stile di vita. La terra non poteva essere possesso comune. Quei costumi tribali sarebbero cessati presto per essere sostituiti da strani codici basati su leggi romane. Il loro conquistadores li avrebbe sorpresi ad amarsi di nascosto. Non avrebbero saputo mai più incontrarsi e riconoscersi come gli stava accadendo in quell’istante di voluttà meccanica. Se solo avessero avuto il privilegio anacronistico d’essere messi a conoscenza del dopo liberticida che li attendeva, probabilmente l’ipotesi del suicidio sarebbe apparsa, ai loro occhi di prossimi detenuti, incantevole fuga.
Non potevano immaginare. Il loro Magellano si chiamava Abitudine.
[tratto da Patagonìa, Dario Falconi, Prospettiva editrice – Brain Gnu] |