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del ricevere cartoline
Non è mai stato così rincuorante ricevere cartoline come da quando mi mandi le tue istantanee, con firme e saluti, dal vallo di adriano
(il confine dell’impero tutt’un muro e tu che ci ridi, spuntando qui e là, attraverso)
dell’inviare poi cartoline, in risposta, dai confini dell’europa
I.
Risalire dalla caletta alla scogliera e alle sue grandi lingue di terra protese, cara sagres, è stato un tradimento consumato nella tristezza dei mozziconi di sigaretta, spezzando il respiro con asprezza, a gambe tese, come se non si dovesse, stracciando il pensiero, navigare a vista oltre le colonne d’ercole
non si dovesse con tutta la stanchezza di un cammino alle spalle fatto di banalità e di tante città a macchia di leopardo, cercare un tenue sussulto in avanti un po’ con la gobba un po’ controvoglia
come se non fosse questo il compito del marinaio
bensì inventarsi sempre un finale degno protervo duro
a stacco sicuro sull’oceano
II.
Di queste mura bianche non voglio più sapere se non la notizia che le ha distrutte un vento più forte di quello che ora mi frusta con i miei stessi capelli
questa fortezza ai confini dell’europa è un mistero con la chiesetta con il monumento ai soldati americani e poche altre memorabilia all’interno –
matrioska mal riuscita conchiglia poi richiusa
riesce difficile immaginare perché cinta da banali mura di fine settecento
nasconda all’interno, stoica, una rosa dei venti che ci si può ballare dentro
e una scuola di navigazione delle più vecchie e importanti, anzi: colonna dell’impero, sua più certa natura –
interno ed esterno, dritto e ritorto, per le folate incessanti di vento:
qui si é cercato con sincera convinzione sovrumana
un modellismo acrobatico come conforto della mente
III.
Se non c’è che miracolo per pescare – la lenza lunghissima buttata leggera tra le rocce della scogliera, bianca per i tanti spruzzi, e stanca, lisa per i tanti sguardi – è miracolo conseguente e altrettanto splendido il villaggio di pescatori abbarbicato su un pendio relativamente lontano dall’orrido –
immerso in un silenzio irreale, raddoppia il mistero della propria arte con la chiusura improvvisa e provvida all’arrivo dei turisti: non si vuole far sapere come, cercando il pesce d’argento lontano, in mezzo all’urto delle onde – o del mondo – si possa sfiorare la consapevolezza del bello
né come se ne possa conservare traccia sanguinante e vera in un’attività carica ormai di secoli, nelle rughe lunghe, nel disperare dell’autunno, in una lingua strascicata e terminale –
istillare si vuole soltanto il dubbio, facendolo gocciolare da qualche anta azzurra semichiusa di queste piccole case, che se non è stato male oltrepassare le colonne d’ercole è stato male dimenticarsi di questo villaggio
(dove i pescatori, serenamente, vanno a pescare con lenze di sessanta metri a picco sull’oceano e tornano alle loro case ridendo piano, un poco di paura ancora negli occhi, le mani rovinate, ma le braccia – le braccia ricolme di pesce guizzante)
IV.
Lasciami spedire questa cartolina mano di donna portoghese che ancora stretta nell’immaginario del fado quasi non parli
anche se è calligrafia profondamente ingiusta (parlando di confini d’europa e di saluti fedeli e di abbracci poi persi nel viaggio della posta)
rende una sensazione che effettivamente serpeggia maliziosa a sagres: da rielaborarsi, credo, mediare in qualche modo, e forse proprio
con l’immagine controcorrente, la realtà sottostante, un ricordo potente, uno spauracchio di cui devo informare con le mie povere false righe chi è restato a casa –
chi, annidato nel cuore funzionante a ritmo piatto dello stesso territorio, risulta molto più disperso
V.
“Tenacia, tenacia, tenacia...” ciuffi d’erba sulla terra spazzata dal vento lo dicono nella quasi brughiera della fine d’europa (ma non commetteremo gli stessi sbagli, dicono anche)
tenacia che nei suoi anni belli e terribili e ciononostante mai del tutto passati ricorda napoli
e napoli splendida d’oro al tramonto con la dolcezza ulteriore dei faraglioni che emergono dal mare a capri –
unica differenza qui non si fa parola di circe
qui, appiattiti di contro al vento, non abbiamo più caverne per ripararci non si fa parola di circe perchè rimaniamo maiali
e possiamo disputarci questa crudeltà tra noi –
non siamo più vedette non siamo più guardiani (e si vedono anche, per contrappasso, pochi ladri):
qui a volte siamo volpi, a volte lepri: appiattite nella poca erba rimasta restiamo con gli occhi spalancati, le anche protese
pronte allo scatto in avanti
[Testi pubblicati nell’antologia “Nella borsa del viandante”, a cura di Chiara de Luca, Fara Editore, Rimini, 2009] |