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Cartoline dai confini dell’europa PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Mari   
Venerdì 11 Dicembre 2009 00:00

del ricevere cartoline

Non è mai stato così rincuorante
ricevere cartoline come da quando mi mandi
le tue istantanee, con firme e saluti,
dal vallo di adriano

(il confine dell’impero tutt’un muro
e tu che ci ridi, spuntando qui e là,
attraverso)

 

 

dell’inviare poi cartoline, in risposta,
dai confini dell’europa


I.

Risalire dalla caletta alla scogliera
e alle sue grandi lingue di terra protese,
cara sagres, è stato un tradimento
consumato nella tristezza
dei mozziconi di sigaretta, spezzando il respiro
con asprezza, a gambe tese,
come se non si dovesse, stracciando il pensiero,
navigare a vista
oltre le colonne d’ercole

non si dovesse con tutta la stanchezza di un cammino
alle spalle fatto di banalità e di tante città
a macchia di leopardo, cercare un tenue sussulto in avanti
un po’ con la gobba
un po’ controvoglia

come se non fosse questo
il compito del marinaio

bensì inventarsi
sempre
un finale degno
protervo
duro

a stacco sicuro
sull’oceano



II.

Di queste mura bianche non voglio più sapere
se non la notizia che le ha distrutte un vento
più forte di quello che ora mi frusta
con i miei stessi capelli

questa fortezza ai confini dell’europa è un mistero
con la chiesetta
con il monumento ai soldati americani
e poche altre memorabilia
all’interno –

matrioska mal riuscita
conchiglia poi richiusa

riesce difficile immaginare perché cinta
da banali mura di fine settecento

nasconda all’interno, stoica,
una rosa dei venti
che ci si può ballare dentro

e una scuola di navigazione
delle più vecchie e importanti, anzi:
colonna dell’impero,
sua più certa natura –

interno ed esterno, dritto
e ritorto, per le folate incessanti di vento:

qui si é cercato con sincera
convinzione sovrumana

un modellismo acrobatico
come conforto della mente



III.

Se non c’è che miracolo per pescare –
la lenza lunghissima buttata leggera
tra le rocce della scogliera, bianca
per i tanti spruzzi, e stanca, lisa
per i tanti sguardi – è miracolo conseguente
e altrettanto splendido il villaggio
di pescatori abbarbicato su un pendio
relativamente lontano dall’orrido –

immerso in un silenzio irreale,
raddoppia il mistero della propria arte
con la chiusura improvvisa e provvida
all’arrivo dei turisti:

non si vuole far sapere
come, cercando il pesce d’argento
lontano, in mezzo all’urto delle onde
– o del mondo – si possa sfiorare
la consapevolezza del bello

né come se ne possa conservare traccia sanguinante
e vera in un’attività carica ormai di secoli,
nelle rughe lunghe, nel disperare dell’autunno,
in una lingua strascicata e terminale –

istillare si vuole soltanto il dubbio, facendolo
gocciolare da qualche anta azzurra semichiusa
di queste piccole case, che se non è stato male
oltrepassare le colonne d’ercole
è stato male dimenticarsi
di questo villaggio

(dove i pescatori, serenamente, vanno a pescare con lenze di sessanta metri a picco sull’oceano e tornano alle loro case ridendo piano, un poco di paura ancora negli occhi, le mani rovinate, ma le braccia –
le braccia ricolme di pesce guizzante)


IV.

Lasciami spedire questa cartolina
mano di donna portoghese che ancora
stretta nell’immaginario del fado
quasi non parli

anche se è calligrafia profondamente ingiusta
(parlando di confini d’europa
e di saluti fedeli e di abbracci poi
persi nel viaggio della posta)

rende una sensazione che effettivamente serpeggia
maliziosa a sagres: da rielaborarsi,
credo, mediare in qualche modo,
e forse proprio

con l’immagine controcorrente, la realtà
sottostante, un ricordo potente,
uno spauracchio
di cui devo informare
con le mie povere false righe
chi è restato a casa –

chi, annidato nel cuore
funzionante a ritmo piatto
dello stesso territorio,
risulta molto più disperso



V.

“Tenacia, tenacia, tenacia...”
ciuffi d’erba sulla terra spazzata
dal vento lo dicono
nella quasi brughiera
della fine d’europa
(ma non commetteremo
gli stessi sbagli, dicono anche)

tenacia che nei suoi anni
belli e terribili
e ciononostante mai del tutto passati  
ricorda napoli

e napoli splendida d’oro
al tramonto
con la dolcezza ulteriore
dei faraglioni
che emergono dal mare
a capri –

unica differenza
qui non si fa parola di circe

qui, appiattiti di contro al vento,
non abbiamo più caverne per ripararci
non si fa parola di circe
perchè rimaniamo maiali

e possiamo disputarci
questa crudeltà tra noi –

non siamo più vedette
non siamo più guardiani
(e si vedono anche,
per contrappasso, pochi ladri):

qui a volte siamo volpi, a volte lepri:
appiattite nella poca erba rimasta
restiamo con gli occhi spalancati,
le anche protese

pronte allo scatto
in avanti

[Testi pubblicati nell’antologia “Nella borsa del viandante”, a cura di Chiara de Luca, Fara Editore, Rimini, 2009]

 

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