La représentation d’adieu

locanda_mercerie_trisSimone Olla travaille surtout avec le café: la poudre lui donne la possibilité de jouer avec la matière vers deux directions figuratives: la maternité et le visage. Ce projet, commencé début 2014, l’a amené à découvrir et explorer aussi une dimension photographique, vidéo et littéraire liée aux dessins.

 

Le sedie di Dio

Schermata 2016-06-22 alle 11.10.00

Scena 1 : Scrittore e Regista | interno notte o esterno notte, seduti o in piedi non fa alcuna differenza
Il regista cerca un attore a cui affidare la parte del direttore della fabbrica.

Scrittore : Come dev’essere il direttore della fabbrica?
Regista : Alto, credo. Un po’ magro. Incattivito dal lavoro.
S : Cosa dovrà fare?
R : Qualche scena. Un discorso, per esempio, quando chiude la fabbrica.
S: E chi lo scrive il discorso?
R: Tu!
S : Io? Va bene. Prima però dobbiamo trovare l’attore.
R : No, io devo trovare l’attore!
S : Prima troviamo l’attore… e poi io ti scrivo il discorso!
R : Ma perché?
S : Perché voglio vederlo in faccia per scrivere un discorso adatto alla sua faccia, al suo corpo, alla sua voce. Capisci?
R : …
E : I titoli di testa… ci hai pensato ai titoli di testa?
R : Ma tu devi scrivere non devi fare il regista!
E : Il film è già scritto! Tranquillo, è già tutto scritto…
R : E dov’è? Dov’è?
Lo scrittore mima al regista che il film lo ha in testa. Il regista esce dal quadro. Continua la lettura di Le sedie di Dio

Il Foyer

[di Simone Olla]
Nel Foyer di questo palazzo di sette piani interamente abitato da africani si vendono sigarette, caramelle, datteri, arachidi, cartine, accendini, acqua, bibite gassate, couscous, liquirizie, vigliozzi, carne alla brace, saponette, arachidi freschi che dissetano, hascisc, marijuana e chissà cos’altro. Io sono l’amico di Kamso. E se non è presente lo chiamano al telefono davanti a me.
Sta arrivando.
Grazie, rispondo. Continua la lettura di Il Foyer

E gli viene un colpo

[di Simone Rossi]
Mi sono lavato le ascelle nella fontana del Consolato Italiano in Albania tra i garofani e il filo spinato sotto gli occhi di tre militari italo albanesi che non ci guardavano male, ma nemmeno ridevano.
Sono partito da Madrid in aereo con il clarinetto in mano mentre Bicio partiva da Forlì con il contrabbasso in macchina e a Parigi ci aspettavano due chitarristi fratelli gemelli, un percussionista cinese, un intellettuale sardo, un cane pagliaccio, un violinista imprendibile, il mio amico Filo, le sue amiche, la Madame, Carmine e la Silvia: un sabato mattina stavamo suonando a Montmartre e vendevamo dischi come biscotti e all’improvviso inizia a piovere e la gente invece di disperdersi si compatta e forma una tettoia di ombrelli e noi quattro lì sotto e cantavano tutti e tutti battevano i piedi e io in quel momento se qualcuno mi avesse chiesto Che cosa stai facendo? avrei potuto rispondergli sereno: Sto lavorando. Continua la lettura di E gli viene un colpo

14 novembre 2015

[di Daniela Mitta]
Quando sono arrivata a Parigi con la rabbia che la Francia fosse migliore dell’Italia la prima cosa che trovavo ridicola erano i codici. Ogni portone si apre solo digitando un codice di quattro o cinque cifre che viene periodicamente cambiato, e generalmente dopo quel portone ce n’è un altro, protetto anche quello dal suo codice, e se tu vuoi aprire a un amico giù in strada non puoi farlo, non c’è il comando, gli devi dire il codice per forza. “È più sicuro” rispondevano, e io pensavo a mia madre che mi diceva che quando era piccola lei, in paese, tutti lasciavano la porta aperta e la gente entrava e usciva come gli pareva e piaceva. Perché tutti erano poveri e il bisogno di sicurezza è venuto dopo, con il benessere, e il bisogno di sicurezza è direttamente proporzionale alla ricchezza che ti metti in testa di dover proteggere. Poi son passati i giorni, le settimane, e questa faccenda del codice mi ha solo costretto a girare sempre col cellulare carico, nel caso in cui, e fino a domenica scorsa non ci ho pensato più. Continua la lettura di 14 novembre 2015

Antiguide

Antiguide (26’43”, Fra/Ita, 2016)
Un film-musique di Simone Olla

Un viaggio sonoro fra luce e oscurità, un Amleto impossibile da vedere, una distanza gelida che lenta, movimento dopo movimento, si accorcia. Una possibile uscita dai nostri occhi schermi. Une autre sortie.

Stella del mattino

stella-del-mattinoTitolo: Stella del mattino
Autore: Wu Ming 4
Edizioni: Einaudi Stile libero Big, Torino 2008
Pagine: 391

[di Decimo Cirenaica] Nonostante l’obiettivo fosse puntato su una serie di personaggi illustri gravitanti nella Oxford del 1919, c’era comunque il rischio che la prima grande guerra e T. E. Lawrence si prendessero completamente la scena di questo romanzo. Così non è.
Lo sfondo è la guerra, che vive nei ricordi dei reduci oxfordiani – da Tolkien a Robert Graves, da Jack a Andy Mills – e nei resoconti di Lord Dinamite, conducendo il lettore sulle tracce di T. E. Lawrence. «Abbiamo fatto combattere gli arabi – dice T. E. – in cambio di promesse che sapevamo di non poter mantenere: l’indipendenza e Damasco come capitale. Ci siamo spartiti le loro terre con i francesi e adesso a Whiteall cadono dalle nuvole perché il Medio Oriente è in subbuglio.» Continua la lettura di Stella del mattino

Tutta la luce che c’è dentro la stanza

[di Matteo Pioppi]
Quando ero arrivato in bici erano le cinque del pomeriggio, mi avevi detto buongiorno sorridendomi con i tuoi denti piccoli. Quando sorridi ti si arriccia sempre il naso e sei veramente bellissima.
E allora ero arrivato in questo centro sociale di Bologna che si chiama Atlantide, la strada era chiusa perché l’avevano occupata con un piccolo palco in mezzo alla strada. Sopra c’era un cantautore che suonava.
– Buongiorno – mi avevi detto
– Buongiorno alla buon’ora, sono le cinque del pomeriggio! – e tu, prima avevi ripetuto buon’ora sottovoce e poi mi avevi risposto appunto sorridendo, arricciando il naso. Avevi i capelli sciolti, gli occhiali da sole tondi, le gambe nude e bianche, indossavi degli short che andavano di moda negli anni Novanta. Continua la lettura di Tutta la luce che c’è dentro la stanza

Capire gli altri

[di Chiara Caricasulo] C’era uno che suonava il triangolo. Aveva cominciato da piccolo, quando gli altri correvano dietro ai cerchi, i rombi, gli esagoni irregolari. Nessuno conosceva la sua forma, così appena triangolava tutti lo ascoltavano e lui si inorgogliva. Gli anni passavano, ma quello era sempre lì che se la triangolava. Tutti lo andavano a sentire, un po’ ammirati e un po’ perplessi. Gli sarebbe piaciuto fare anche altro, cerchiare, rombare… quando gli venivano le tentazioni pensava: “Ciascuno ha la sua geometria. Meglio concentrarsi sul triangolo”. La sua costanza venne premiata: cominciò a triangolare qua e là, conobbe altri triangolisti e vinse alcuni triangoli. Dopo anni di triangolamenti cominciò a triansegnare e a tenere trianferenze. Suonava il triangolo raramente. Una volta lo chiamarono a fare un intervento sulla sua ultima triangoricerca. Lui parlò di triessere e triente, dimostrò la triangolatura dell’universo e si profuse in notevoli metatriangolamenti. All’uscita lo fermò un vecchio amico. “Sai”, gli confidò, “ora anch’io suono il triangolo.” Ne tirò fuori uno di tasca. “Mi piacerebbe molto”, gli disse, “sentirti suonare ancora.” “Volentieri”, rispose il triangologo, prendendo lo strumento per l’angolo aperto. “Scusa”, disse l’altro, “non si tiene nell’altro verso?”. E lui, sorpreso: “Sei sicuro…?”. L’amico: “Come fai a non saperlo?”. L’altro, sconvolto: “Cosa pretendi? Sono un triangologo, non un triangolista”.